Torre Astura: trovati i resti d’un guerriero del III millennio a.C.

DALL’ALTO Lo scheletro era in una fenditura del terreno a pochi metri dalla battigia

«Ci siamo scervellati per dargli un nome, come l’uomo di Similaun trovato nei ghiacci nel ’91, e alla fine lo abbiamo chiamato Nello. Nei nostri archivi sarà Nello» (il nome del carabiniere che l’ha scoperto?). A parlare è il colonnello del carabinieri per la tutela dei beni culturali Raffaele Mancino presentando ieri la sensazionale scoperta di una tomba del terzo millennio avanti Cristo ancora integra, con lo scheletro di una persona alta un metro e settanta circa e il suo ricco corredo funebre. Ricomposta per la gioia dei fotografi nell’androne della caserma di via Anicia così come è stata trovata durante lo scavo. Fatto velocemente per evitare che l’alta marea se la portasse via tutta.
Lo scheletro e gli oggetti di corredo (c’erano anche materiali e proiettili moderni), erano immersi in acqua marina. Al corpo in eccezionale stato di conservazione e in posizione non anatomica (forse per il moto ondoso), mancano i piedi inghiottiti dal mare. Accanto, sei vasi fra cui uno posizionato ai piedi a forma di fiasco in ceramica fine, due lame di pugnale in selce e una punta di freccia posata sul petto, forse quella che lo ha ucciso. Oggetti che hanno fatto pensare a un guerriero.
Alla fine di maggio, con l’aiuto degli elicotteri, durante il controllo di siti archeologici e zone paesaggistiche a rischio, lungo la battigia, a dieci metri dalla riva, in una zona demaniale antistante il poligono di Torre Astura, è stata notata una fenditura nel terreno, forse eroso dalle ultime mareggiate.
L’occhio allenato dei carabinieri ha sospettato qualcosa, magari che sotto ci fosse una tomba romana. Era ben altro, una sepoltura preistorica. Che l’area protetta del poligono ha certamente salvato dalla distruzione.
«A una prima sommaria analisi è riferibile all’eneolitico (fra il neolitico e l’età del bronzo), detto anche età del rame, attestato in Italia nella necropoli del Gaudo vicino a Paestum», spiega la soprintendente del Lazio Marina Sapelli Ragni che ricorda come gli studiosi dibattano fra l’ipotesi indigena e quella dell’arrivo di popolazione dalle Alpi nel nord e via mare dall’Anatolia e dall’Egeo nel centro sud.
Si tratta di una scoperta scientifica di eccezionale interesse perché è la prima volta che si trova una tomba del periodo eneolitico in questa zona del Lazio e nel territorio di Nettuno, frequentato dal paleolitico e molto abitato anche durante l’età del bronzo.
Saranno le analisi dei reperti e lo studio dello scheletro nel laboratorio di antropologia della soprintendenza ospitato nel santuario di “Ercole vincitore” a Tivoli a fornire notizie più ampie. Anche sul sesso, l’età, l’alimentazione, le malattie, la causa di morte del guerriero. Poi il restauro e la sistemazione in un museo. Dove? Subito Nettuno si propone col forte Sangallo.
È una scoperta del tutto inattesa, «una bella scoperta», dice il responsabile di zona della soprintendenza Francesco Di Mario. Ora bisognerà vedere se è una tomba isolata o fa parte di una necropoli dell’eneolitico, un periodo importante detto anche “protolatino”, ma di cui si conosce ben poco. Quello che si sa è che il Lazio era allora un punto di incontro, un crocevia di culture e commerci.