Tortura, Bush: "Ha salvato delle vite"

E' uscita ieri l'autobiografia che racconta la sua vita da uomo più potente del mondo. E l'ex inquilino della Casa Bianca rivela: "Il waterboarding sui terroristi fu dannatamente giusto" 

Non ci sono passi indietro, per George W. Bush. Tortura? Il problema non è quello, perché l’America aveva un bene più grande da tutelare, qualcosa che va oltre tutto, persino al di là dei diritti, dei trattati, delle convenzioni. Gli Stati Uniti difendevano se stessi e la gran parte del mondo, e di fronte a questo non c’è pentimento per aver usato il waterboarding. Bush non cede, non si pente, non chiede scusa. Nel suo libro di memorie Decision Points su questo non fa autocritica. Anzi nelle interviste che accompagnano l’uscita del libro lo rivendica. Rifarebbe tutto, perché è servito. Lo rifarebbe, perché in quelle condizioni le informazioni valevano più di ogni altra cosa. Il waterboarding non piace alla comunità internazionale? Fa niente. Non contava allora e non conta anche oggi. Infilare la testa di un terrorista in acqua fino al momento prima di soffocare, è un male calcolato. Bush rivendica la scelta di averlo usato. Pentimento? Non se ne parla e non dovrebbe parlarne nessun altro, perché quelle pratiche discusse e discutibili hanno avuto effetto. «Riuscimmo a sventare alcuni attacchi progettati contro il centro commerciale di Canary Warf e l’aeroporto di Heathrow a Londra e contro una serie di bersagli negli Stati Uniti», scrive il presidente. In totale, prosegue l’ex capo della Casa Bianca, «tre persone furono sottoposte a questo tipo di trattamento e io credo che questa decisione abbia salvato vite umane».

Testa alta contro tutti, contro chi l’ha definito Hitler per questo e per altro, contro chi ha voluto far credere al mondo che il peggior terrorista fosse lui, capo della più grande democrazia planetaria. Bush scrive e si difende con l’orgoglio di chi pensa di non aver sbagliato, con la certezza che le decisioni di un politico non possano prescindere dal momento in cui vengono prese. E allora se l’America e l’Occidente erano in guerra contro il terrorismo, lui non poteva che avallare alcuni metodi borderline. Per questo la scelta di autorizzare il waterboarding per la mente degli attentati dell’11 settembre, Khaled Sheikh Mohammed, per l’ex presidente Usa fu «dannatamente giusta».

Niente rimpianti, allora. Tranne che per la mancata cattura di Osama Bin Laden. È l’unico rammarico. Non lo è invece la guerra in Irak, né i comportamenti usati nel lottare contro il terrorismo dopo l’11 settembre. «Il mio mestiere era proteggere l’America, e l’ho fatto», ha detto Bush nella sua lunga intervista alla Nbc, in onda lunedì sera. L’ex presidente ha parlato del libro e quindi di sé. Ha parlato degli alleati. Di Tony Blair, per esempio. L’ex premier britannico è il leader più citato in Decision Points: compare oltre 60 volte, e spesso senza il cognome, a testimoniare l’intimità tra i due potenti. Nelle memorie dell’ex presidente degli Stati Uniti c’è un «no» di Romano Prodi a uno Stato Palestinese, smentito immediatamente però dall’ex presidente della Commissione Ue. C’è anche il pianto dell’amico Silvio Berlusconi in una telefonata con il presidente Usa subito dopo gli attacchi dell’11 settembre. «Silvio mi ha detto di aver “pianto come un bambino senza potersi fermare”, oltre a impegnarsi a fornire la sua cooperazione», scrive Bush. Amico è anche Henri Kissinger, l’ex segretario di Stato Usa, oltre naturalmente a Condi Rice, la sua ex segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Nazionale, una delle persone che hanno riletto il manoscritto e vengono ringraziate alla fine.

Poi i nemici. Jacques Chirac, per esempio: «Non sono stato sorpreso quando Chirac mi ha detto che avrebbe appoggiato approfondite ispezioni sulle armi, ma sarebbe stato restio all’uso della forza» contro l’Irak. Il problema, con questa logica è che senza una credibile minaccia la diplomazia sarebbe stata ancora una volta inutile». Bush è critico anche nei confronti dell’allora presidente russo Vladimir Putin, «che non considerava Saddam Hussein una minaccia». Secondo l’ex presidente Usa «parte delle ragioni fossero che Putin non voleva mettere in pericolo i lucrativi contratti petroliferi della Russia».

Bush scrive, spiazzando chi sostiene che i libri di memorie dei grandi leader siano senza una sola critica. Qui arrivano giudizi, ricordi, testimonianze. Arrivano anche smentite (quella di Prodi e quella di Gerhard Schroeder che secondo Bush a un certo punto era d’accordo con la guerra in Irak). Arriveranno soldi, tanti. Bush cerca un nuovo posto nella storia, scrivono i giornali che non l’hanno mai amato. Forse. O forse ce l’ha già, lontano dall’Europa che non l’ha sopportato perché non era né chic né giusto. In America oggi c’è più gente che rimpiange lui di quanta si senta affascinata da Obama. Ma questo qui, con un Oceano in mezzo, fa fatica ad arrivare.