Traccia 5: ambito generale

"L'industrializzazione ha distrutto il villaggio, e l'uomo, che viveva in comunità, è diventato folla solitaria nelle megalopoli. La televisione ha ricostruito il 'villaggio globale', ma non c'è il dialogo corale al quale tutti partecipavano nel borgo attorno al castello o alla pieve..."

Il caraibico Derek Walcott, Nobel per la  letteratura, nella poesia "Il mare è Storia",  indica nella lanterna della prima caravella la Genesi del colonialismo moderno. Visione lirica, ma esatta nella sostanza. Per oltre quattro secoli, gli stati europei più ricchi e aggressivi hanno inviato navi e uomini alla conquista di imperi coloniali, galvanizzati, oltre che da prospettive di dominio territoriale e di sfruttamento economico, dall'ideologia che il mondo fosse spartito in un centro propulsivo, dominante anche per cultura - l'Europa - e una periferia (oggi si definisce Terzo, e perfino Quarto Mondo) destinata alla soggezione.

Nella seconda metà del XIX secolo, l'espansione industriale ha generato l'imperialismo coloniale: la necessità di materie prime e l'urgenza di spalancare nuovi mercati hanno sospinto le potenze - Inghilterra, Francia, Germania - a praticare quell'imperialismo "del cannone" che, secondo la visuale marxista, era il culmine ineluttabile del capitalismo finanziario e industriale. Le guerre mondiali hanno dissolto quello scenario. La decolonizzazione ha messo a tacere il "cannone" del colonialismo di vecchio stampo.

Ma la corsa al dominio e al controllo non si è arrestata. Alle bocche da fuoco e alle truppe coloniali si sono sostituiti gli strateghi della finanza, i manager delle multinazionali, le squadre scelte dei tecnici "occidentali". È il neocolonialismo,sorretto da meccanismi di egemonia più politici: le ex colonie,che in gran parte non si sono risollevate dal livello del Terzo mondo (con alcune eccezioni, le "tigri" dell'economia asiatica, tra cui i colossali spauracchi, India e Cina) restano al palo, imbrigliate da dipendenza tecnologica, guerre interne, cricche politicanti corrotte e più disposte all'affarismo che all'effettivo decollo dei paesi. Soprattutto, strangolate da un debito devastante. I flussi migratori ora vanno dalle aree più povere a quelle più promettenti, lungo reti di itinerari (dal Centro al Nord America, dal sud al nord del Mediterraneo, dall'est all'ovest dell'Europa) resi fluidi dagli sviluppi delle condizioni economiche, dall'offerta (spesso illusoria) di lavoro remunerativo, dalla perme abilità delle frontiere.

Il risultato è la formazione di società multietniche, un problema attuale, ma soprattutto di prospettiva, per cui le classi dirigenti dei paesi avanzati (l'Italia tra questi) devono pianificare soluzioni il meno traumatiche possibile. Nelle opinioni e nel sentire comune è acceso il dibattito tra chi valorizza il potenziale positivo delle diversità, e chi agita lo spettro di conflitti per ora latenti, ma dirompenti per natura, e proclama la necessità di difese e arroccamenti, nazionalistici, religiosi, culturali. È una delle sfide politiche più imperiosedei prossimi decenni. Si tratterà di superare la linea delle contrapposizioni, degli sfruttamenti, dei profitti iniqui. E di sfatare, se possibile, il lucido pessimismo di uno storico greco, Tucidide, che nella vicenda umana già indicò una radicale costante: la legge del più forte, la guerra perenne.