Una trappola fatale chiamata Bin Laden

L’integralismo islamico ha fatto inciampare un colosso finora ritenuto invincibile

Critici ingenerosi schernirono gli Stati Uniti d'America per decenni, rinfacciandogli che «volevano essere amati prima che temuti». Ingenerosi e non troppo acuti, almeno per due motivi. Il primo è che se gli americani si fossero davvero sempre comportati così avrebbero fornito al mondo un esempio sopra ogni altro lodevole e avrebbero, soprattutto, rotto radicalmente con un passato millenario e ridefinito di concetto stesso di Impero. Il secondo è che così non è accaduto, perché l'America ha sentito la tentazione imperiale come ogni altra grande potenza della Storia. Non è dunque un Paese di ingenui, ma neppure di cinici: è stato spinto fin dall'inizio da una naturale ambizione, ma è stato fondato su filosofie, principi e miti frontalmente opposti a quelli dell'imperialismo tradizionale. Idealismo e Realpolitik, generosità e cinismo si sono intrecciati in nodi inevitabilmente difficili da districare: l'idealista più noto fra i presidenti Usa del Ventesimo secolo, Woodrow Wilson, lanciò il principio dell'autodeterminazione dei popoli e della «guerra per mettere fine alle guerre», ma poi accondiscese a che l'egoismo di taluni vincitori del primo conflitto mondiale riconoscesse ad alcuni popoli il diritto all'autodecisione e lo negò ad altri.
«Manifest Destiny» era altrettanto naturale quanto la vocazione antimperialista: tutte le Americhe, dal Polo Nord al Polo Sud, erano terreno naturale di conquista e ciò non intaccava la vocazione alla liberazione democratica. Come conseguenza gli Stati Uniti praticarono due politiche estere differenti, se non contraddittorie: una Realpolitik che teneva conto degli equilibri in Europa, sede degli imperi tradizionali, e un'altra nell'emisfero occidentale, che fin dall'inizio disconobbe la parità di diritti con altri Paesi, a cominciare dal Messico; entrambe espressioni dell'«eccezionalismo americano», sintetizzato anche nella duplicità della Dottrina Monroe. Contraddizioni che perdurarono fino alla fine della Guerra Fredda.
Il crollo dell'Unione Sovietica, cioè la sparizione dell'ultimo rivale, ha messo da vent'anni l'America in una posizione invidiabile quanto piena di insidie: per la prima volta nella storia dell'umanità c'è una Superpotenza unica sul pianeta, appoggiata a una forza militare incomparabile. Era quasi obbligatorio che da una situazione di fatto scaturisse una formulazione di diritto, più esplicita nel pensiero dei cosiddetti «neoconservatori»: un diritto-dovere di sfruttare al massimo una «finestra di opportunità» per farla durare al massimo. Tipico di tale temperie il riferimento, al limite della identificazione, all'Impero Romano, nei discorsi, negli scritti, perfino nelle copertine dei volumi di questi scrittori. Viene così messa da parte la irrisa preoccupazione di «farsi amare» e le viene preferito l'antico imperativo a farsi temere. Una aspirazione esasperata dall'emergere di un rivale inatteso: dopo la Germania, il Giappone, l'Unione Sovietica, tutti rivali debellabili sui campi di battaglia, ecco l'integralismo islamico, non impero rivale, portato avanti non da eserciti ma da terroristi senza volto.
E qui l'Impero è incespicato, in teoria e in pratica. Le forze armate Usa erano e sono in grado di distruggere in pochi giorni, se non in poche ore, ogni avversario convenzionale, eppur,dopo sette anni di guerra, non sono riusciti a sgominare le bande talebane. Un paradosso con molte radici, fra le quali proprio la constatazione che appoggiarsi esclusivamente sulla forza non giova alla lunga a nessun Impero. E che la migliore Realpolitik potràssere, alla lunga, quella più vecchia, più «idealistica» e più contestata dai miopi in casa e altrove. Si chiama «soft power». La forza delle idee riconciliata con quella del «muscolo».