Trappola saudita

Quattordici tazzine di caffè: tante ne ha dovute bere re Abdullah assiso sui tappetoni che ornano la sala di ricevimento a Riad per accogliere uno a uno gli ospiti del vertice arabo. Abbracci, baci, mancava solo Gheddafi che non ha mandato nemmeno un rappresentante. Non ti fidare, manda in sostanza a dire Gheddafi agli Usa (che sperano enormemente in un \asse sunnita contro Teheran), i sauditi non hanno affatto intenzione di pacificare il Medio Oriente, ma solo di compiere una grande iniziativa egemonica e di riqualificazione del loro fronte. Anche gli iraniani, naturalmente, che arabi non sono, mancano. Ma ci sono amici che sorvegliano anche per loro. In primo luogo la Siria, poi dietro le quinte Hezbollah e, molto in evidenza, gli uomini di Hamas, Ismail Haniyeh, il premier del nuovo governo palestinese, e Khaled Meshaal, il leader in esilio a Damasco, stratega delle alleanze internazionali, ambedue frequenti e premiati ospiti a Teheran. L’ambizione dei sauditi è imprimere al Medio Oriente una svolta tale per cui il presidente iraniano Ahmadinejad divenga un attore collaterale e Hamas possa esser riportata nel suo alveo naturale, quello sunnita. La proposta è quella di un rilancio del piano saudita del 2002, che proponeva il riconoscimento complessivo di Israele in cambio dei territori del ’67 e del ritorno dei profughi. Sui territori che secondo le risoluzioni dell’Onu devono essere trattati (si parla di “territori” e non “dei territori”) per la restituzione in cambio di sicurezza, Olmert sembra pronto a concessioni che non tengono conto di quanto è accaduto a Gaza, da dove, dopo lo sgombero dei coloni, invece che una benefica rugiada di pace, è arrivata sulle città israeliane una gragnuola di missili. Sui profughi Israele non può accettare il piano: la loro moltiplicazione da 600mila a 4 milioni, se impiantata in una nazione con 6 milioni di abitanti, di cui un milione e mezzo arabi, sarebbe la fine dello Stato ebraico. Ieri Amr Mussa, il segretario egiziano della Lega Araba il cui odio per Israele è da decenni una bandiera politica, ha detto che se Israele rifiuta, vuol dire che non vuole la pace. Ma la Lega sa benissimo che Israele non può suicidarsi. Da qui un piano segreto concepito da Condoleezza Rice: un summit di americani, sauditi e israeliani dovrebbe lanciare, sempre da Riad, una seconda puntata. I profughi che non vogliono tornare saranno compensati; chi sceglie di venire sarà risistemato sul territorio del prossimo Stato palestinese. A dirla così, sembra possibile. Ma Haniyeh e Meshaal (mentre la Jihad Islamica ha dichiarato che la guerra a Israele continua) hanno usato di nuovo una di quelle formule del genere «ibis redibis non morieris in bello», come la sibilla, che vuol dire “sì” e “no” a seconda di dove metti le virgole, ma aiuta moltissimo la propaganda di criminalizzazione di Israele. Hamas infatti invita il summit a non abbandonare mai il diritto dei profughi, ma prende una posizione paradossale: non abbiamo niente contro l’idea che Israele lasci i territori, ma di riconoscerlo e di dire un sì o un no al piano, non se ne parla. Abu Mazen vorrebbe invece arrivare a un compromesso? Al momento, sembra di sì. Ma per il futuro? A parte che anche lui ha recentemente ribadito il «diritto al ritorno», ma se ora avesse cambiato idea dovrebbe dirlo chiaramente. E se riconosce Israele, pure.
La Rice chiede a Israele di fare la prima mossa: forse Olmert accetterà a livello simbolico, dicono voci bene informate. Solo ieri ha fatto sgomberare l’insediamento di Homesh in Cisgiordania. Ma che possa portare il Paese, senza la contropartita del riconoscimento e della cessazione del terrore, ad abbandonare porzioni vaste di territorio per vederle diventare riserve del terrore come Gaza non sembra realistico.
Al vertice della Lega Araba, grande sponsor per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi è stato Walid Muhallem, ministro degli Esteri siriano. Un po’ di polverone sull’altra grande questione in discussione, il Libano, e quindi sul ruolo della Siria. Il Libano è in bilico a causa dell’offensiva di Hezbollah e Damasco, che protegge i suoi interessi e quelli dell’Iran, usa e arma la mina vagante della guerriglia sciita. Ieri il premier libanese Fuad Siniora e il presidente Emile Lahoud, molto amico dei siriani, e quindi di Hezbollah, non si sono rivolti la parola. Anche il mondo arabo sente il lavorio filoiraniano di Damasco come una spina nel fianco. Al di là di Israele e dei palestinesi, ci sono grandi interessi interni da salvaguardare.
Gli appuntamenti bisettimanali che hanno fissato, su insistenza della Rice, Olmert e Abu Mazen fanno parte di un’operazione di make up più che di pace. Teheran esegue il proprio, mentre gioca come un gatto col topo e promette di liberare, magnanimo, la soldatessa rapita assieme agli altri 14 marinai britannici nel Golfo Persico. Di certo, i protagonisti del momento sono l’Arabia Saudita e l’Iran e non noi, che non abbiamo proposte né coraggio. L’Occidente è fuori controllo e da noi ha i colori della confusione sull’Afghanistan, che presto sarà un nuovo Irak.
Fiamma Nirenstein