Trappole, guanti e pistola. All'alba parte la caccia alla nutria

Gli operatori sono organizzati in squadre e seguono rigorose procedure. Regola numero uno: l'animale non deve mai soffrire

nostro inviato a Quinzano d'Oglio (Brescia)

La gabbia è nascosta nel fosso, l'operatore della Provincia la recupera arpionandola con un forcone. Quando piove si sprofonda con tutta la caviglia in questa giungla della Bassa bresciana a poche centinaia di metri dal fiume. L'aria del mattino è infestata di zanzare piccole e implacabili. Dai campi si leva l'odore del concime. Pesa, la gabbia: dentro è imprigionata una nutria. La trappola era stata piazzata la sera prima dopo un paio di settimane di tregua; le zone apparentemente ripulite si ripopolano in fretta perché le nutrie si spostano in gruppi e appena trovano un corso d'acqua tra gli alberi rioccupano le tane già scavate negli argini.

Nel silenzio delle campagne coltivate a mais ed erba medica si sente soltanto la bestia che scalpita e soffia. L'operatore posa la gabbia e sparisce di nuovo nella roggia. Ne esce poco dopo con un'altra preda, più grossa, e non perde tempo. S'infila un paio di guanti leggeri azzurri, impugna la pistola ad aria compressa, mette un piombino nell'alloggiamento, inserisce la canna lunga e sottile fra le grate, la punta alla testa del roditore e pam. La nutria freme, s'accascia e muore. Altra gabbia, altro pallino, altro abbattimento.

È una caccia speciale. Non c'è corsa, sfida, lotta per la sopravvivenza. Non c'è neppure brutalità perché le procedure sono tutte dettate dall'Ispra, l'istituto del ministero dell'Ambiente che regola la gestione faunistica. La nutria è un animale infestante, fuori controllo e dovrebbe essere debellata: una femmina può partorire due volte l'anno anche una decina di cuccioli alla volta. Ma siccome eradicarle costerebbe un'assurdità, si cerca di limitarne il numero.

Anche il rituale successivo all'abbattimento segue indicazioni precise. L'operatore deve stilare un verbale. Vuota la gabbia, stende la nutria, la misura, la solleva per stimarne il peso (ormai con l'esperienza sbaglia di poco), la infila in una busta di plastica arancione. I sacchi vengono caricati in auto e portati al deposito più vicino, di solito messo a disposizione dal Comune in prossimità delle isole ecologiche, dove le carcasse finiscono stipate in un freezer. Il congelatore di Villachiara si trova in un'autorimessa comunale chiusa da una serranda elettrica, accanto alla Punto bianca del municipio. Due mattoni tengono abbassato lo sportello del vecchio apparecchio. Ogni frigorifero è controllato dall'Azienda di tutela della salute, la vecchia Asl.

L'ABBATTIMENTO

Quando il congelatore è pieno, si avverte la ditta incaricata dalla Provincia di Brescia che passa a raccogliere le carcasse per smaltirle in un inceneritore. Ogni passaggio di questa sequenza macabra è segnato da adempimenti burocratici. Non c'è nulla che un operatore venatorio possa fare di testa sua. Nemmeno un privato cittadino ha libertà di manovra: «Se qualcuno avvista una nutria o ne trova traccia deve chiamare le guardie venatorie», dice Dario Soleri, comandante capo della polizia provinciale e responsabile del controllo faunistico.

Così, per ogni esemplare abbattuto va compilata una scheda con data della cattura, località, lunghezza della bestia, peso, sesso, centro di raccolta dove la carcassa viene conferita e dove si consegna pure la scheda. Ogni operatore ha un tesserino, una pettorina gialla della Provincia, un numero di codice e un ordine di servizio che indica le specie sulle quali può intervenire, la zona di competenza e il periodo di autorizzazione, in genere un anno. Prima di entrare in azione gli operatori devono seguire un corso di formazione. Sono tutti organizzati in squadre; il coordinatore ogni mese redige un riepilogo dettagliato, indicando anche quante munizioni sono state usate, il calibro, le ore di servizio, i chilometri percorsi dalla squadra e il numero di gabbie controllate. Tutto finisce alle guardie venatorie provinciali. Anche le 1.500 trappole disseminate nel Bresciano sono inventariate.

Nulla sfugge. Pure il colpo di grazia è disciplinato: «L'animale deve morire senza soffrire. Una volta si usava il cloroformio, pericoloso per gli operatori - spiega Soleri -, poi fu introdotta l'anidride carbonica ma la procedura era troppo complicata». Ora si può sparare con il fucile oppure, soprattutto in prossimità dei centri abitati, si piazzano le gabbie, un sistema praticato di gran lunga più della caccia tradizionale perché garantisce un numero molto maggiore di catture.

Crudeltà? È una convinzione da spazzare via. Dice Soleri: «La nutria non può essere cacciata, ma va catturata e abbattuta sotto controllo in quanto per la legge è una specie non territoriale dannosa. Agli inizi degli anni '90, quando cominciarono a diffondersi, venivamo chiamati soprattutto dagli agricoltori per i danni provocati ai campi: le nutrie scavano le tane lungo i fossi, mettono a rischio gli argini dei canali d'irrigazione e le strade poderali, si nutrono di ortaggi e mais, anche un chilo di vegetali al giorno. Ma con il tempo si sono moltiplicate enormemente e hanno cominciato a colonizzare anche i centri abitati. Oggi riceviamo quasi più chiamate da sindaci, dirigenti scolastici, perfino albergatori. Giorni fa ce n'era una in un asilo a Rudiano di Roccafranca». L'allarme sociale si diffonde anche per il rischio che le nutrie portino malattie.

CAMPI GROVIERA

In Veneto l'organizzazione voluta dalla regione è analoga a quella lombarda; del resto l'emergenza è la stessa lungo il Piave, il Po, l'Adige, il Sile. A Treviso le nutrie bivaccano tranquillamente nel fossato delle mura cinquecentesche. «L'Inghilterra è intervenuta anni fa contro le nutrie - sospira Domenico Presti, consigliere provinciale delegato ad agricoltura e caccia -. Da noi invece fino a pochi anni fa erano tutelate e adesso il territorio è a rischio. Per gli enti locali il costo degli interventi è altissimo, a cominciare dal ripristino di strade e argini pericolanti, mentre coltivatori e allevatori subiscono danni che spesso non si riescono a ripagare».

Coldiretti stima che in Lombardia le nutrie siano due milioni. È stata la prima regione italiana ad attrezzarsi, nel 2002, con una legge. Per il 2018 lo stanziamento per combattere la loro proliferazione è di 200mila euro, in Veneto 100mila, in Friuli-Venezia Giulia 22mila. La lotta alla nutria costa. In Lombardia gli smaltitori prendono 22 centesimi al chilo, cioè oltre un euro per ogni esemplare che in media pesa sui 5-6 chili. La regione inoltre fornisce pistole, cartucce, gabbie, pettorine, guanti; paga i corsi di formazione e l'assicurazione sanitaria per gli operatori: soltanto nel Bresciano ne sono stati formati 1.400 di cui 370 oggi attivi sul territorio. Sono tutti volontari. È su di loro, in larga parte pensionati o agricoltori interessati a tutelare i loro terreni, che si fonda il sistema: se fossero stipendiati salterebbe tutto. Ricevono un rimborso spese simbolico, sui 300 euro l'anno. Una somma irrisoria, che non copre neppure i soldi spesi per il carburante o eventuali danni ai veicoli. E di strada gli operatori ne fanno parecchia: le 1.500 gabbie vanno controllate almeno una volta al giorno. Non bisogna che le bestie soffrano troppo.