Come trasformarsi da vagabondi in pellegrini

Vorrei, in punta di piedi, entrare nella conversazione che il Patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, intrattiene con i giovani della sua diocesi. Lo faccio segnalando un piccolo libro, Vagabondi o pellegrini? (Cantagalli, pagg. 70, euro 3,90) che ho aperto quasi per caso e che non sono più riuscito a chiudere.
È un libro semplicissimo, composto di tre discorsi tenuti dal cardinale in tre occasioni di raduno con migliaia e migliaia di ragazzi. E l’ho amato subito perché mi sono accorto che, arrivati a cinquant’anni, il grande problema della vita resta sostanzialmente lo stesso. Tutti siamo tentati dall’essere dei vagabondi («magari in poltrona invece che sulla strada», osserva acutamente Scola), ossia gente senza un ordine nella vita, senza un orizzonte. Com'è vero, a quindici come a cinquant’anni! La tentazione dell’improvvisazione, che è una forma guizzante di superbia, la sicurezza che «in un modo o nell’altro ce la farò». La tentazione del caos, o della consumazione: tutto è acquistabile, tutto è vendibile, perciò niente ha senso, niente obbedisce a niente. «Quando la tua ragazza ti dice “Ci vediamo domani sera alle sei”, tu imposti tutto il tuo tempo in modo da essere pronto per le sei meno cinque. La meta impone un ordine!». Non pensiamo che un uomo adulto abbia bisogno di parole diverse da queste. È bello sentirsele dire da giovani, perché una volta diventati adulti il loro senso ci è più familiare, ricordandoci - adesso come allora - che noi non siamo la meta. Ma anche ascoltarle per la prima volta quando i capelli sono già brizzolati è (se siamo ancora uomini, desiderosi di bene) un grande conforto.
Quando leggiamo nel Genesi che Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza (l’immagine come segno, marchio, la somiglianza come compito, destino), non siamo di fronte a un mito, ma a una precisa antropologia. Solo l’essere trasparenza, immagine di qualcos’altro realizza il nostro essere, la nostra natura. Oggi un ragazzo deve poter riascoltare parole come queste, magari ripetute da un compagno di scuola, da un amico (sono le più efficaci), perché sono parole piene di un rispetto e di stima inauditi per l’uomo. Gesù Cristo è questo abisso di stima di Dio nei confronti dell’uomo, e il miracolo vero - a tutte le età - è lo spalancarsi di questo stesso abisso in noi, nella nostra povera vita di ogni giorno.