Il trauma segreto di De Niro: papà era gay e mi abbandonò

Il divo, protagonista del remake di "Stanno tutti bene" di Tornatore, rivela: "E' un dramma che non ho mai superato"

Roma - È uno di famiglia, Robert De Niro e non soltanto perché da quarant’anni l’iconica star più rispettata e più nota della storia cinematografica contemporanea viene al suo pubblico con sempre identico carisma. Gente d’ogni risma ama Bob, che faccia Toro scatenato, il tassista paranoico di Taxi Driver o qualche marchetta commerciale, come ne capitano anche agli attori di prestigio: l’intrinseca sincerità dell’uomo arriva a tutti, assieme a una competenza attoriale unica.

E adesso che l’età avanza per la celebrità, nata a New York il 17 agosto del 1943, ecco il tempo del padre (e del nonno) a irrobustire un corpus interpretativo difficile da eguagliare. Nel remake Usa di Stanno tutti bene, film drammatico di Giuseppe Tornatore (presentato a Cannes, nel 1990), il divo ripassa lo smalto sulla sua carriera, confermandosi protagonista assoluto. Nel ruolo che fu di Mastroianni, quello di un vedovo solitario, in viaggio per andare a trovare i figli, sparsi in varie città, De Niro scava nella parte più dolente del suo vissuto, impietrendolo nei sorrisi malinconici e nelle smorfie deluse del suo Frank Goode. Aspetteremo il 23 aprile, per vedere Everybody's fine. Stanno tutti bene, quando Medusa distribuirà l’agrodolce commedia di Kirk Jones, ora nelle sale inglesi (bella rivincita per Tornatore, dopo gli esiti di Baarìa, considerando quanti pochi film italiani hanno avuto l’onore di un remake americano), per apprezzare la recitazione minimalista di Bob.
E se un padre è buono per cento figli, cento figli non sono buoni per un padre, dimostra il pensionato Frank, mentre, col cardigan slabbrato di chi conta i soldini a fine mese, lustra casa e giardino, in attesa dell’annuale riunione con i suoi quattro figli.

Ma finisce la musica di Perry Como, che l’attempato ascolta, dandoci dentro con l’aspirapolvere, e attacca il telefono: driiin, non vengo, papà. Se i ragazzi non vanno dal padre, il padre andrà da loro, affrontando un viaggio dell’anima, innanzitutto. A New York non c’è traccia del figlio artista, David (Austin Lysy). A Chicago quella carrierista di Amy (Kate Beckinsale) non ha tempo da perdere; nel Colorado Robert (Sam Rockwell) è musicista sui generis e a Las Vegas Rosie (Drew Barrymore) fa ancora la figlia dei fiori... A ogni fermata di treno, lo spettatore capisce che il povero Frank, lì per lì è benvenuto («Oh, mio Dio!», esclama un nipotino, vedendolo sulla soglia di casa), ma sopravviverà al disamore da lontananza, se accetterà i figli per quel che sono. Figli, appunto: altro da sé, meloni che possono uscire bianchi o rossi, come cantava Carosone, a proposito del matrimonio.

Il tema della paternità riguarda da vicino Robert De Niro. E non soltanto perché lui, sempre in coppia con donne nere, ha cinque figli: Drena, 42 anni, e Raphael, 33 (avuti dalla prima moglie, la cantante Diahnne Abbott); Aaron e Julian, entrambi 14enni (figli della modella Toukie Smith) ed Elliott, 11 anni (con la moglie attuale, l’ex hostess Grace Hightower). La storia personale c’entra, stando alla recente e scrupolosa biografia di De Niro, firmata John Baxter (Barnes&Noble) e confermata dallo stesso attore in una recente intervista al londinese Times. Suo padre, un pittore i cui quadri sono stati esposti anche a Roma, si è dichiarato gay negli anni Quaranta (e nell’America bacchettona di allora), subito dopo aver lasciato la madre di Bob, Virginia Admiral, artista e poetessa a sua volta. E questa non è una cosa della quale il divo, ferocemente riservato, ami discutere. È fatto conclamato, però, che De Niro senior, residente al Greenwich Village fino alla morte, (nel 1993), abbia avuto storie con il poeta Robert Duncan, con lo scrittore Tennessee Williams e con il pittore Jackson Pollock.

De Niro, insomma, è stato cresciuto da sua madre e, per Baxter, a 18 anni ha cominciato lui a fare da padre al padre, che alla mamma aveva preferito un altro. Sarà per questo che Bob si butta a pesce, quando gli chiedono di fare il nonno, come ora, in Little Fockers (con Ben Stiller), seguito della saga Ti presento i miei: una generazione avanti, e ciao ciao problemi di paternità.