Tre idee-chiave per rilanciare la nostra cultura

Ecco le questioni più urgenti che il ministro Sandro Bondi dovrà affrontare per creare una nuova generazione di talenti

Tre questioni, ben distinte, dovrebbero essere al centro dell’azione del nuovo ministero per i Beni culturali. 1) Il patrimonio; 2) la produzione culturale; 3) la divulgazione. Ci sono poi due problemi, per così dire, trasversali, che non vanno però assolutamente confusi: a) l’eccellenza; b) l’assistenza. Infine, l’insieme di questi temi forma una griglia su cui è possibile allacciare virtuosamente il rapporto tra pubblico e privato.

Sappiamo di avere il patrimonio artistico più ricco del mondo: esso va mantenuto e sfruttato. Per il primo aspetto un ruolo fondamentale è riservato alle sovrintendenze, che devono essere sempre meglio qualificate ed apprezzate (anche con incentivi economici che creino per questo lavoro maggior interesse e competitività). E, analogo, è il discorso per quel vasto arcipelago di restauratori, conservatori che svolgono una funzione di primo piano nella conservazione del patrimonio.

Come sfruttarlo? Attraverso competenti agenzie private, con il compito di promozione e organizzazione in Italia e all’estero di eventi ed esposizioni. Il patrimonio rimane di proprietà pubblica, il suo sfruttamento affidato all’iniziativa privata che, ovviamente, non potrà trascurare le competenze pubbliche.

La produzione culturale (siamo al secondo punto) è la testimonianza della vitalità di un Paese, in essa si rispecchiano il suo impegno e la capacità di guardare al futuro con entusiasmo, senza paura. Sono convinto che la grande sfida per rinnovare l’Italia, e mostrare al mondo questo rinnovamento, è la difesa della sua cultura nel segno della tradizione, e la sua progettualità utopica nel segno del rinnovamento e della creatività. Noi abbiamo una grande storia teatrale, cinematografica, artistica, letteraria, musicale: non lo si dimentichi mai, perché da questa consapevolezza si potrà, senza incertezze, dare fiducia ai giovani, e nel contempo, lavorare e premiare le eccellenze. Un paio di esempi tanto per capirci.

Incoraggiamo i giovani allo studio del flauto, ma si cerchi di creare con ogni sforzo selettivo un Gazzelloni per la prossima generazione. Si aiuti il cinema nazionale, si aiutino i cineasti più o meno emergenti, ma sia precisa anche la finalità di formare un Fellini per la prossima generazione. Insomma, eccellenze e assistenza: lavorare con determinazione selettiva e meritocratica per la prima; attenzione e fiducia (in particolare verso i giovani) per la seconda. Ma non confondere le due questioni.

È chiaro e doveroso, in questa prospettiva, l’incrocio di collaborazioni fra il ministero per i Beni culturali e quello per l’Istruzione. La formazione delle eccellenze deve partire dalla scuola e dall’Università e arrivare a centri di specializzazioni del ministero dei Beni culturali. E dall’istruzione deve incominciare la mobilitazione dell’interesse dei giovani per l’impresa culturale.

Terza questione: la divulgazione. Il carattere ereditario della cultura risiede nella sua qualità, non in una aristocratica difesa della sua diffusione. Ancora una volta sarebbe necessario incrociare le attività dei due ministeri menzionati, ma in questo caso l’iniziativa è di quello per i Beni culturali. Si deve favorire l’accesso alle diverse realtà culturali di settori sempre più larghi della popolazione con un’adeguata politica di fruizione e di partecipazione. La riscossa per il rinnovamento del Paese muove dalle strategie di diffusione della cultura di qualità a partire dai giovani fino agli anziani.

Ma si può anche sviluppare una modalità della «diffusione» in grado di affrontare un grande tema contemporaneo: la difesa delle culture del territorio e il loro intreccio con le culture d’eccellenza nazionali. Insomma la questione del federalismo culturale. Bisogna chiedere alle grandi istituzioni nazionali, come la Biennale di Venezia, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma (sono solo esempi di una più ampia realtà) di diventare centri di consorzi, assumendosi così la responsabilità di favorire una rete di istituzioni sparse sul territorio di competenza. Da Venezia in tutto il Veneto, la Biennale dovrebbe espandere e collegare la propria attività con iniziative locali a Padova, Treviso ecc. Ciò consentirebbe a una consolidata competenza culturale nazionale (per esempio quella della Biennale di Venezia) di promuovere autonome iniziative sul territorio, garantite nella qualità dall’eccellenza della Biennale veneziana (sempre come esempi).

Infine, una precisazione di metodo: non confondere le questioni, tenerle ben distinte ma risolverle insieme e non credere che trascurandone una o mettendo in secondo piano un’altra si possa procedere più agevolmente. È un’illusione che paralizza. Poi è bene ricordare che la vera battaglia, sia per le eccellenze come per la divulgazione, per la produzione come per il mantenimento, è quella in favore del pluralismo delle idee, nella consapevolezza che esistono insopprimibili contraddizioni dialettiche. Non arrendersi al pensiero unico, al politically correct: una società vive, i giovani crescono nel dibattito e nel confronto delle idee non nel conformismo accomodante che, troppo spesso, appare una soluzione vantaggiosa.