Tre stanze, cucina e sala comune: qui vivono i genitori dei bimbi malati

Una linea ferroviaria abbandonata nella Tuscia. E la spola con l'ospedale del Bambin Gesù di Roma. Così la "casa sui binari" è diventata un rifugio

da Ronciglione (Viterbo)

Appena i bambini vedono Francesco, si spaventano. Qualcuno piange, si nasconde e chiama la mamma. Una questione di baffi. Lunghissimi, non si vede nemmeno la bocca. Eppure Maria, diciotto mesi, operata al fegato, lo cerca con gli occhi dopo il prelievo. È pallida ma vuole giocare. Mario ha deciso di ciucciare il latte solo in braccio a lui, proprio all'ombra dei suoi baffi.

Per sapere cosa lega i bambini a quest'uomo di quasi settant'anni che osserva Roma dall'alto, seduto su una panchina del Gianicolo con un pacco di pannolini in mano, bisogna percorrere una cinquantina di chilometri in direzione nord, verso la Tuscia, risalire una collina di tufo, e fermarsi davanti alla stazione dei treni di Ronciglione. Al primo piano, sopra le persiane della sala di attesa deformate dall'abbandono, la porta si apre su un appartamento presidiato da un Titti canarino in grandezza umana: cucina, sala comune, tre stanze dipinte con colori diversi, lilla, azzurro e verde.

Da qui, ciuffi d'erba sui binari, un orizzonte senza limiti a destra e a sinistra, Francesco, quasi ogni mattina, spedisce con il pullmino la squadra di genitori verso il primo ospedale per bambini d'Italia. Qui le mamme riempiono le valigie con pigiami e spazzolini e i bambini creano la loro tana. Qui si forgia la speranza. La casa nella stazione si chiama Cuore di Mamma, e ospita le famiglie dei bambini in cura all'ospedale Bambin Gesù di Roma che non possono permettersi di pagare un affitto. Quando i bambini hanno bisogno di cure lunghe, qui dentro imparano a parlare e a mettere in fila i primi passi, da qui osservano il mondo. Questa diventa la casa sui binari, Francesco «il nonno» e il paradiso questo piccolo paese di tipografi e pellegrini sulla via Francigena a meno dieci chilometri dalll'anfiteatro romano di Sutri.

Le Ferrovie, ricevuta l'idea, l'hanno subito inserita tra i progetti da appoggiare con la concessione del comodato gratuito dei locali. Come Cuore di mamma ci sono oltre 500 stazioni abbandonate o «impresenziate», senza personale, trasformate in agenzie di viaggio antimafia, ostelli, orti botanici. Ma questa di Ronciglione è speciale: dietro le finestre affacciate sulla banchina si accendono baci e miracoli, madri forti e bambini farfalla.

Dopo una giovinezza da calciatore nella Fiorentina, legamenti del ginocchio rotti come Roberto Baggio, quasi quarant'anni da dipendente di banca al Santo Spirito e da prestigiatore nei fine settimana, dopo quattro figli e tre infarti, Francesco Giannelli Savastano ha deciso di ristrutturare tutto il primo piano con la liquidazione ricevuta al momento della pensione per creare tre stanze adatte ad ospitare le famiglie bisognose del Bambin Gesù. Ora, dopo avere iniziato l'avventura nel 2013, sogna di trasformare il deposito delle merci in un centro diurno per i disabili. Se la stazione non torna a funzionare, perché c'è un comitato di paese che vorrebbe riportarla al suo vecchio ruolo.

Per intercettare Francesco bisogna andare il sabato mattina al supermercato all'ingrosso di Ronciglione, e per riconoscerlo osservare chi lancia nel carrello, come se fossero palloni da basket, quantità industriali di latte, omogenizzati, patate, frutta. «Donatus mi fa fuori mezzo chilo di riso al giorno. È stato operato da tre giorni ma tra poco ricomincia a mangiare». Eccolo Donatus, un nigeriano mingherlino nonostante la fama, sui trentacinque anni, che vive da venti in Grecia. Si siede sul divano con circospezione, una mano sul fianco, accanto a una tribù di peluche appollaiata sul bracciolo. Ha appena donato una parte di fegato a sua figlia, Miracle, un anno e mezzo. È uscito ieri dal Bambin Gesù dopo l'operazione.

I bambini sono nelle foto appese. Nelle impronte delle mani lasciate sul muro del corridoio dipinto con una vernice speciale che consente di scrivere a pennarello e di cancellare. C'è Mario detto Mario Bross, quattro anni: quando è arrivato lo davano più vicino agli angeli che alla vita, una vescica da ricostruire completamente. Cathalin, tredici: la famiglia dalla Moldavia ha venduto il bestiame per venire a Roma e farlo curare. Vive grazie a una virgola di midollo osseo regalato dalla sorellina. Ci sono le foto di Miracle, che è ancora in ospedale; di Maria, stessa età e praticamente stessa operazione, con un cappello a forma di gatto. Ci sono tracce, foto o scritte lasciate in ricordo di una ragazzina palestinese di tredici anni, Ania, e della bambina farfalla, come si chiamano i piccoli con la sua rarissima patologia, dalla pelle talmente delicata che erano necessarie tre ore per le medicazioni.

Da questa piccola stazione ferroviaria abbandonata ne sono passati cinquanta. Quarantasette sono vivi. «Qui si vedono tutte le cose che non vorresti vedere». Francesco ripensa a quei tre. Ma anche alle rinascite. «In questa foto di gruppo eravamo a Bagnaia, andiamo spesso in gita, a camminare nel bosco».

Quando si parte per il Bambin Gesù durante la settimana, la sveglia suona alle cinque. Cinquanta chilometri dopo, in un martedì di sole e vento su Roma, dal pullmino scendono la piccola Maria, la mamma e Francesco. Nel bagagliaio la valigia. La trafila è sempre la stessa: se le analisi vanno bene si torna indietro, altrimenti mamma e bambino si fermano in reparto. Per ore, sei, sette, anche nove, Francesco aspetta sulla panchina del Gianicolo. Oppure entra in ospedale e va a trovare gli amici. Viene salutato dalle volontarie, dagli interpreti, dai maestri e professori che qui insegnano per non far perdere l'anno ai bambini. La stanza delle lezioni è la prima che si incontra a sinistra, nel reparto di oncoematologia. Se Cuore di Mamma è un universo fragile e nascosto rispetto al mondo che scorre fuori, questo è il luogo dell'estrema frontiera. Nel corridoio aspetta una donna con la mascherina al collo. La figlia di sette anni si trova nella stanza di fronte all'aula della scuola. Arrivano un giorno sì e uno no da Rignano Flaminio. «Il rapporto con le altre mamme? Non la posso definire amicizia». È il silenzio che costruisce, non le parole. «Non puoi chiedere dei miglioramenti, fare paragoni in questo posto».

Maria ha preso poco peso, ma non è costretta a fermarsi in ospedale. Alle tre del pomeriggio la piccola carovana si rimette in moto. Francesco, mamma e bambina tornano alla stazione quasi dodici ore dopo esserne usciti. La valigia si disfa. Per metà. Ogni giorno è un confine messo in tasca.