Il treno della Maraini scivola sulla realtà senza toccarla mai

Mai come nel caso dell’ultimo romanzo di Dacia Maraini, Il treno dell’ultima notte (Rizzoli), è opportuno gridare allo Stationendrama: la ventiseienne protagonista - che si chiama Amara, come l’aranciata o la Maremma della celebre canzone - percorre in vagone l’Europa della Guerra fredda fermandosi ad ogni stazione. Un accelerato preso nella speranza di rintracciare Emanuele, il bambino di origini ebraiche conosciuto nell’infanzia, forse inghiottito dal campo di sterminio di Auschwitz dopo che i genitori, austriaci, decisero con un colpo di genio di abbandonare Firenze e di rientrare in patria per contrastare più efficacemente gli effetti dell’Anschluss. Contagiata dalla sua eroina, anche la Maraini ogni tanto si ferma e ci spiega delle cose che dovremmo conoscere. Per esempio «la parola treno ha origine dal latino tardo trenum che deriva a sua volta dalla parola greca threnos che sta per canto funebre». Come antipasto andava bene, ma cameriere, ci dica: si potrebbe avere del cibo un po’ meno glottologico? Senz’altro, signore: gradirebbe una riflessione filosofica sulla differenza, o sulla ripetizione? Ottima scelta, meglio la ripetizione. Ascolti: «C’è qualcosa di insensato nella ripetizione. Eppure può dare tanta pace. Le ninnananne non sono basate sulla ripetizione?». Attenzione, però: «Più si ripetono i gesti e meno si comprendono. E in quell’incomprensione sta l’arcano di un gioco che imita i misteri dell’universo». Così, mentre l’arcano non cessa di scintillare, la Maraini continua a scivolare come un overcraft sull’oceano del reale, passando di simbolo in simbolo. Che tutto sia informativo, illuminante, istruttivo. Il padre di Amara vede nascere un vaso di Murano? «Quella meravigliosa metamorfosi gli aveva insegnato qualcosa: non succedeva lo stesso ai loro corpi che nascevano quasi liquidi e poi si trasformavano in solidi?». Proprio lo stesso no, ma è inutile mettersi a sindacare: questo è il treno delle mille suggestioni, e in questo genere di viaggi non si paga mai il biglietto.