«Il tribunale ha ignorato tutte le prove scientifiche»

Sofia protesta: «Verdetto choc che nasconde i veri autori del contagio»

da Roma

È stata una sentenza che «non ha voluto tenere conto delle prove fornite dalla comunità scientifica». Non ha dubbi Vittorio Colizzi, il virologo italiano dell’università di Roma Tor Vergata, chiamato come perito nel primo processo contro le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese. La ricerca italiana pubblicata nei giorni scorsi sulla rivista Nature aveva rintracciato tutte le mutazioni avvenute, negli anni, nel virus presente nei bambini. In questo modo ne aveva ricostruito la storia, dimostrando che il virus che ha li ha contagiati è comparso nell’ospedale pediatrico di Bengasi fra il 1996 e il 1997, ossia prima che arrivassero i sei operatori sanitari sotto accusa. Le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese hanno infatti cominciato lavorare nell’ospedale Al-Fateh solo nel marzo 1998. Di questa prova scientifica, però, il secondo processo, concluso ieri con la sentenza di condanna a morte, non ha voluto tenere conto. «La comunità scientifica non ha potuto fare di più. Adesso intervenire su questa vicenda sta al mondo politico e a quello della comunicazione», ha rilevato Colizzi, autore dello studio pubblicato su Nature con Carlo Federico Perno, dell’università Tor Vergata, Guido Castelli Gattinara, dell’ospedale pediatrico di Roma Bambino Gesù, e Giovanni Rezza, dell’Istituto Superiore di Sanità. Il mondo scientifico è intervenuto più volte nelle ultime settimane a sostegno delle prove scientifiche che avrebbero scagionato i sei operatori sanitari. Lo ha fatto attraverso riviste scientifiche internazionali prestigiose, come Science, Nature e The Lancet. Inoltre, in una lettera aperta al colonnello Gheddafi, 114 premi Nobel avevano chiesto alle autorità competenti di tenere conto delle evidenze scientifiche e avevano sostenuto la necessità di un processo legale. Ma inutilmente. «La sentenza non ha tenuto conto di nessun parere scientifico», ha osservato Colizzi. «Nel primo processo - ha proseguito - erano stati considerati rapporti forniti dalla comunità scientifica internazionale, ma in seguito non si è tenuto conto né delle richieste né delle prove fornite dalla scienza». L’unica responsabilità delle infezioni, secondo Colizzi, va attribuita alle scarse condizioni igieniche dell’ospedale pediatrico di Bengasi, così come la scarsa igiene è stata la causa delle infezioni di Aids avvenute recentemente in 60 bambini ricoverati in un ospedale del Kazakhstan. Il virologo ritiene che una sentenza come quella emessa ieri dal tribunale di Tripoli «resterà nella storia della medicina, così come nella storia della scienza è rimasto il processo a Galileo Galilei. Dopo il caso Galileo, avremo un caso Libia».