Un tris di direttori «coraggiosi» per il Beethoven più conosciuto

Per la terza volta, in poco più di una decina d’anni, Santa Cecilia ripropone tutte le sinfonie di Beethoven in rapida successione. Conosciutissime ed eseguitissime un tempo, ora meno, perché si è preferito far conoscere al pubblico altri autori, dando per scontato che conoscesse fin troppo bene le sinfonie beethoveniane; e, perché, ogni volta che a un interprete vengono proposte, questi spesso vi rinuncia per evitare di misurarsi a distanza con i grandi interpreti.
L’integrale delle sinfonie di Beethoven, l’Accademia l’ha proposta una prima volta nel ’95, per festeggiare i cento anni dei concerti ceciliani. Il Sovrintendente di allora, Bruno Cagli, l’affidò a un direttore di cui si parlava molto bene nonostante la giovane età e che era stato a un passo dall’essere nominato «direttore stabile» dell’Accademia, Christian Thielemann. Il festival beethoveniano, settembrino, fu molto seguito e Thielemann si rivelò all’altezza delle attese.
Le sinfonie beethoveniane, con l’aggiunta dei concerti per pianoforte, comparvero la seconda volta nel febbraio del 2001, con orchestra e direttore ospiti: Berliner Philhamoniker e Claudio Abbado. I biglietti furono venduti ancor prima che il festival cominciasse; e per Abbado e i Berliner fu un vero trionfo.
Ora siamo alla terza integrale delle sinfonie di Beethoven, alla vigilia delle celebrazioni per il primo secolo di attività dell’Orchestra ceciliana, la prima nel Nuovo Auditorium. Dal 3 al 27 settembre; ogni concerto avrà una replica; tre i direttori impegnati: Masur, Pretre e Janowski. Si comincia dalla Nona.
Se si prescinde dall’ultima delle nove sinfonie beethoveniane, la sinfonia musicale tenne occupato il grande musicista per una dozzina d’anni circa: la Prima è infatti del 1800 e l’Ottava del 1812. Dodici anni coincidenti, secondo una classificazione schematica ma utile, con il cosiddetto periodo dell’estrinsecazione della sua personalità; e durante i quali Beethoven si propose di lasciare la ristretta, rispettabilissima, cerchia di intenditori, per presentarsi davanti a una grande platea. Un pubblico più difficile, ma l’unico in grado di decretare il successo o l’insuccesso di un artista.
Musicisti, studiosi e semplici appassionati si sono spesso esercitati nel difficile compito di attribuire a questa o quella delle sinfonie beethoveniane la palma della più grande. Alberto Savinio propendeva per la Prima: «La più bella, perché la più vicina all’innocenza del paradiso terrestre». Schumann, invece, esaltava la novità e complessità della Nona: «Un’opera gigantesca, colossale, paragonabile alle Piramidi d’Egitto. La sinfonia rappresenta la storia della nascita dell’uomo - prima il Caos; poi il comandamento della Divinità: “Sia la luce!”; poi il sole che si leva sul primo uomo, rapito da un tale splendore; in breve, essa è tutto il primo capitolo del Pentateuco».
Molto si è detto e scritto sui capolavori beethoveniani, ma profetiche suonano tuttora le parole di Schubert: «Beethoven, noi non possiamo comprenderlo tutto ancora; ancora molta acqua dovrà passare fra le sponde del Danubio prima che tutti comprendano che cosa ha creato quest’Uomo».