«Troppa disinformazione sul riscaldamento globale»

Il fisico terrà una conferenza sul rapporto caotico tra clima e mezzi d’informazione

Le emissioni di anidride carbonica stanno uccidendo il clima mondiale? Ovvero, per dirla con il titolo di una tavola rotonda in calendario il prossimo 1 novembre a Genova (ore 10.30, Palazzo Ducale), nel quadro del Festival della Scienza, il «Co2 è colpevole o innocente»? A dibattere, un gruppo di scienziati di varie discipline (oceanografia, chimica, glaciologia), tra cui il premio Nobel per la fisica nel 1988 Jack Steinberger.
Steinberger nato in Germania nel 1921, ma emigrato negli Stati Uniti nel 1934, dopo aver studiato, tra gli altri, con Enrico Fermi ed Edward Teller, dal 1968 al 1983 ha lavorato al Cern di Ginevra, dove tuttora continua l'attività di ricerca. Docente alla Scuola Normale di Pisa, dal 1997 è membro dell'Accademia dei Lincei.
Professor Steinberger, lei è colpevolista o innocentista, nei confronti del Co2?
«Sono convinto che il riscaldamento globale del pianeta sia anche frutto della concentrazione atmosferica di anidride carbonica. Ma tengo a sottolineare che quanto affermo nasce da un ragionamento scientifico, oltre che dai lavori di un gruppo internazionale di esperti del clima riuniti nell'Intergovernmental Panel on Climate Change, l'IPCC».
Quindi le sue affermazioni nascono dal suo lavoro di fisico atomico?
«Il mio lavoro consiste non nel trovare soluzioni, ma nel capire cosa sta succedendo nell'atmosfera. A Genova cercherò di aiutare le persone a capire come l'atmosfera terrestre, a causa delle massicce immissioni di Co2, abbia subito grandi modificazioni, soprattutto negli ultimi cento anni. E nel mio discorso farò uso di formule e dimostrazioni matematiche perché io sono uno scienziato».
Pensa che siamo ancora in tempo per invertire la rotta?
«Sono molto pessimista sul futuro della nostra società: più consumiamo e più produciamo anidride carbonica, è un circolo vizioso e le nuove potenze industriali, come la Cina, stanno contribuendo in maniera pesante a questo circolo. Le nostre economie capitalistiche si basano sul consumo: più le persone consumano, maggiore è la crescita. Ma, appunto, più le persone consumano, più cresce l'inquinamento atmosferico».
Impostato così sembra più un discorso da economista o da sociologo che da fisico...
«Al contrario, è un approccio scientifico: nel mio discorso dimostrerò la mia tesi esponendola con formule matematiche, non economiche o sociologiche. Perché, ripeto, io sono uno scienziato e mi baso su dati scientifici: il mio lavoro consiste nell'analizzare il passato, studiare il presente e cercare di delineare il futuro».
Una soluzione potrebbe essere spostare la leva del consumo energetico sul nucleare?
«So che in Italia non amate il nucleare e nemmeno io sono un fan di questo tipo di energia. Tuttavia bisogna tener presente che attualmente solo il 5 per cento dell'energia da noi utilizzata è di origine nucleare, la maggior parte deriva dagli idrocarburi come il petrolio. La cosa più importante, a mio parere, non è il tipo di energia utilizzata, ma ricordarsi che usare energia, di qualunque tipo, produce inquinamento, e questo ce lo dice la fisica. E perché usiamo l'energia? Perché consumiamo. Da qualunque parte la vediamo, il nodo è sempre quello: più consumiamo, più inquiniamo».
Il sottotitolo della tavola rotonda cui lei parteciperà a Genova suona «Dal caos climatico al caos dell'informazione». I media informano correttamente l'opinione pubblica su questi temi?
«Ammetto che in generale lo science reporting, l'informazione scientifica, è un'impresa difficile, anche perché ormai gli scienziati sono sempre più specializzati. Per esempio, leggo articoli che hanno molte difficoltà a esporre il nostro lavoro al Cern, che riguarda la fisica sub-atomica. Dico leggo perché io non guardo la televisione, leggo i quotidiani e mi accorgo di quanto i giornalisti siano in imbarazzo nel riportare correttamente lo scenario scientifico. Da una parte è complicato cercare di convincere i non addetti ai lavori dell'importanza e della rilevanza delle nostre ricerche; dall'altra è importante spiegare quanto facciamo. Il risultato, purtroppo, spesso è che l'opinione pubblica è confusa».
Quando si parla di riscaldamento globale i mass media amano usare toni apocalittici: desertificazione, scioglimento dei ghiacci e così via. Concorda con quest'approccio?
«Chiaramente sono molto preoccupato per l'impatto che il global warming, il riscaldamento globale, sta avendo sul pianeta, e di conseguenza sul nostro futuro, ma non amo il modo in cui questa situazione viene presentata di solito all'opinione pubblica. Ho visto il documentario di Al Gore, “Una scomoda verità”, e non mi sono trovato molto d'accordo con esso: non è facile, da un punto di vista scientifico, dimostrare le conseguenze reali del riscaldamento globale, parlare di innalzamento dei mari o desertificazione».
Quindi cosa ne pensa del fatto che Gore abbia ricevuto quest'anno il Nobel per la pace proprio per il suo impegno contro il global warming?
«Credo che Gore stia facendo un buon lavoro d'informazione con dei mezzi che non sono i miei. Lui non è uno scienziato. Il suo film può avere effetti positivi, incrementare la consapevolezza, ma non va considerato un lavoro scientifico».
Tracciando la sua autobiografia in occasione della consegna del Nobel lei scrisse: «Suono il flauto, purtroppo non molto bene». Lo suona ancora?
«Sì. In realtà da giovane volevo suonare il pianoforte, ma visti i risultati disastrosi qualcuno mi consigliò di passare al flauto. Suonare questo strumento mi dà grande piacere, soprattutto quando facciamo musica da camera, con amici, colleghi o famigliari. Trovo la musica da camera più interessante ancora dell'opera o della musica sinfonica: suonare assieme un brano di Mozart è un piacere sociale oltre che una bellissima esperienza. In un certo senso la musica da camera è una metafora della ricerca scientifica: si lavora in gruppo, non esistono i solisti. Si pensa che il Nobel premi i geni, ma almeno per quanto riguarda le discipline scientifiche non è così: Einstein forse era un genio, ma ormai un premio è il coronamento di un lavoro d'équipe. Il Nobel va a uno o due o tre persone (nel 1988 Steinberger fu premiato insieme a Leon M. Lederman e Melvin Schwartz, ndr), ma andrebbe a tutto il gruppo di lavoro, che può essere anche di settanta persone».