Troppe crepe: l’Unione a rischio crollo

Gianni Baget Bozzo

Decisamente Romano Prodi non convince: non convince proprio quei poteri sociali e industriali di cui egli dovrebbe essere il riferimento. Chi è più autorevole, nella tecnocrazia finanziaria italiana, di Carlo De Benedetti? Eppure egli vede Prodi come un potere debole, una soglia di transizione verso Veltroni e Rutelli. Ora un altro grande dei poteri di riferimento industriale e finanziario, come il Presidente di Confindustria, parla di una «costituente delle riforme» in chiave bipartisan, ed immediatamente ottiene l'assenso di Walter Veltroni.
Si ha come l'impressione che sorga, alle spalle della lunga tessitura dell'Ulivo e dell'Unione fatta da Piero Fassino con la leadership di Massimo D'Alema, una seconda linea, che si fonda specificamente sulla delegittimazione del grande edificio costruito nel 2005 dal centrosinistra e, sostanzialmente, dai Ds. Si è sempre detto che quando Berlusconi parlava della questione comunista inseguiva i fantasmi di Stalin; ciò conduceva a irrisioni e a scherno, perché anche nei giorni di Stalin essere anticomunisti non faceva parte del politicamente corretto di allora, neanche nella Dc. Eppure la questione comunista, ormai esorcizzata da cinquant'anni, e soprattutto negli ultimi dieci anni, ricompare dove meno la si aspetta. E proprio in coloro che, come De Benedetti, hanno condotto con Repubblica la riuscita operazione di «modernizzare il Pci», concependolo come alleato organico della borghesia finanziaria. Lo si è visto con Mani pulite.
Ma ora, giunti al momento del vero trapasso, quando dopo le elezioni i Ds potrebbero designare a un tempo il Presidente della Repubblica e i Presidenti delle Camere, mentre il Presidente del Consiglio, Prodi, sarebbe una figura soltanto da essi costruita, torna il problema della legittimità politica di un governo a direzione post-comunista in un Paese che non lo accetta come legittimo. Frustrato dalla crisi economica, una parte dell'elettorato si disaffeziona al centrodestra e cala verso l'astensione: ma ciò significa tutt'altro che il riconoscimento della legittimità di un governo Prodi. Si potrebbe dire quasi che il Paese di centrodestra preferirebbe un governo D'Alema, che almeno pagherebbe di persona i compromessi necessari: ma il governo Prodi appare sempre più, a un tempo, come il governo di chi non c'è e di un potere post-comunista criptato.
Sono quindi cominciate le grandi manovre, di cui è difficile definire il disegno. Cosa sarebbe la costituente delle riforme di cui parla il Presidente di Confindustria? È da molto tempo evidente che l'unico modo di riformare la Costituzione non è né la bicamerale né la maggioranza di governo. L'unico modo di riformare la Costituzione sarebbe una nuova costituente. La ragione è che la Costituzione del '48 è segnata dalla pregiudiziale antifascista e quindi suscita una lettura anticomunista; non è un documento che possa garantire una legittimità storica. Ma, d'altro lato, appunto perché a sinistra e anche nel mondo democristiano la Costituzione è vista come sacra, la costituente non è mai stata una carta tentata.
La convenzione di cui parla il Presidente di Confindustria parrebbe rivolta non soltanto ai partiti, ma anche ai poteri sociali, sarebbe qualcosa come la convenzione europea guidata da Giscard d'Estaing, che non ha avuto buon esito.
Ma il fatto che, in forma confusa, si cerchi un'alternativa alla maggioranza di Prodi all'interno della sinistra e dei poteri finanziari che l'hanno avallata, indica che si comincia a comprendere che la questione comunista è ancora presente e che una maggioranza fondata su D'Alema e Fassino, con l'esangue Margherita della sinistra democristiana, non è una risposta né al problema delle riforme né a quello della legittimità politica italiana.
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