Troppi laureati in lettere, pochi in scienze Così l'università è diventata inutile

I tecnici usano un termine inglese: skills mismatch, letteralmente «disallineamento» o «asimmetria» nelle competenze. L'espressione dovrebbe contribuire a spiegare un fenomeno tipicamente italiano: un buon numero di diplomati o laureati che non riescono a trovare lavoro, mentre non mancano le aziende che fanno fatica a trovare personale specializzato. Che cosa succede in pratica? Da una parte quando scelgono il proprio corso di studi i ragazzi italiani non si fanno guidare tanto dalle richieste del mercato del lavoro, quanto da altri tipi di considerazioni (autorealizzazione, tradizione familiare e così via...). Dall'altra, anche facoltà che all'estero rappresentano un buon trampolino di lancio verso il mondo lavorativo, in Italia non fanno fino in fondo il loro mestiere. Sono questi i due fattori che contribuiscono in maniera decisiva a rendere difficile lo sbocco professionale per molti giovani e all'impoverimento complessivo di una generazione.

A confermare le scelte universitarie non felicissime di molti ragazzi sono i dati su numero e area di specializzazione dei laureati. In Italia solo il 18% degli abitanti è in possesso del famoso pezzo di carta, contro una media del 36% negli altri Paesi dell'Ocse (l'organizzazione dei Paesi più industrializzati). In più nella Penisola l'educazione di «terzo livello» è pesantemente orientata verso materie difficili da collocare sul mercato del lavoro. Nel 2015 il 39% degli studenti che si sono laureati ha seguito corsi nelle cosiddette «humanities»: arte, lettere, filosofia, giornalismo, scienza della comunicazione, eccetera. La cifra corrispondente negli altri Paesi dell'Ocse è del 23%. A mancare, invece, sono i laureati nelle cosiddette materie «Stem»: science, technology, engineering and Math (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica).

«Ma è tutto il sistema universitario che dovrebbe essere riorganizzato», spiega Carlotta de Franceschi di Action Institute. «Negli ultimi 20 anni c'è stata una proliferazione di università periferiche, i cui costi e la cui qualità sono spesso discutibili». A mettere sotto accusa l'intero mondo dell'Università è un altro studio dell'Ocse, il Programma per la valutazione delle competenze degli adulti (a livello internazionale è conosciuto con la sigla inglese Piaac), un test sottoposto a 5mila adulti per Paese allo scopo di valutarne le competenze linguistiche, matematiche e la capacità di risolvere problemi complessi. L'Italia è ultima in due classifiche su tre (solo la Spagna fa peggio di noi per quanto riguarda la matematica). Il dato interessante è che gli italiani che hanno un'educazione primaria o secondaria (scuola superiore) non sfigurano affatto nel confronto internazionale (sono nella media o addirittura sopra la media). A comportarsi peggio nei confronti dei loro colleghi stranieri e ad abbassare la performance complessiva sono proprio i laureati.