Troppi silenzi sulla famiglia

Bruno Fasani*

Nel confronto televisivo tra Berlusconi e Prodi, qualcuno ha trovato che sul tema della famiglia il silenzio sia stato assordante. Ma sarebbe ingeneroso attribuire loro colpe a buon mercato. La verità è che l’argomento non gode di buona salute in generale. Se la legge e le istituzioni sembrano fare orecchie da mercante, le stesse famiglie sembrano non avere più una grande fiducia nelle proprie possibilità di incidere sul tessuto sociale. Vi è mai capitato di sentire di una manifestazione di genitori contro il sindaco per un piano regolatore poco attento alle famiglie? O sentire di loro manifestazioni di piazza, come fanno tutte le categorie di lavoratori? Chessò, qualcosa di analogo ai metalmeccanici o agli agricoltori, che hanno bloccato strade e autostrade, per reclamare dei diritti? O di qualche amministratore mandato a casa, non perché non ha fatto le strade di quartiere, ma perché è stato poco attento alle famiglie?
A questo andrebbe aggiunto l’economicismo esasperato che ispira la cultura politica e quella giornalistica in generale, come se il Pil fosse l’unica variabile da considerare nello sviluppo della qualità di un Paese. Ve lo immaginate il direttore di un grande quotidiano, nel salotto di Vespa, a chiedere conto ai politici del destino della famiglia? L’economia è ovviamente fondamentale, ma l’esperienza ci insegna che non basta un buon stipendio per far funzionare una casa ed anche l’osservatore più sprovveduto sa che la prima fonte di ricchezza di un popolo va cercata nella freschezza anagrafica che lo sostiene. Le code chilometriche di questi giorni, agli sportelli postali, per reclamare forze lavorative, sono assai eloquenti nel tratteggiare il futuro del nostro Paese. Quanti adulti avrà a carico un neonato d’oggi fra trent’anni?
Sulla famiglia pesa comunque il privatismo culturale e sociale in cui, da più di trent’anni, è stata confinata. Divorzio e aborto non furono primariamente un vulnus alla morale, ma segnarono un radicale cambiamento culturale. Lo Stato dava al cittadino due «chiavi» con cui poteva dirimere tutte le controversie della propria dimensione affettiva. Coppia e famiglia cessavano d’essere un patto morale, il fondamento e la fucina delle virtù sociali, mentre da parte sua, l’amministrazione pubblica si limitava ad assumere un compito notarile.
È in questa lettura privatistica che oggi si tende ad omologare ogni esperienza affettiva. Se la famiglia eterosessuale non è più il fondamento e la garanzia del futuro di una società, va da sé che ogni tipo di legame diventa equiparabile, sentendosi conseguentemente autorizzato a chiedere accoglienza e legittimazione nell’ordinamento giuridico.
Una politica attenta alla realtà familiare sa che la prima attenzione non è né di tipo legislativo, né economico, ma culturale. Si tratta di definire cos’è famiglia e quale ruolo giochi nelle strategie di crescita economica e civile di un Paese. Non va dimenticato che il boom economico, che ha fatto del Nordest un esempio di sviluppo mondiale, è nato sostanzialmente da un artigianato e da una imprenditoria domestici.
È in questa coscienza del suo valore sociale il vero nodo cruciale. Un valore che viene ancor prima del riconoscimento di alcuni diritti individuali, come sembra emergere da alcune proposte politiche, non senza una certa demagogia buonista. Le politiche familiari non sono il pronto soccorso delle situazioni di emergenza economica, come se si trattasse di una questione di povertà. Si tratta piuttosto di riconoscere la forza intrinseca di questa realtà sociale primaria e naturale. recuperando lo spirito della Costituzione, in quella convergenza di consenso che seppe mettere insieme forze politiche di diversissima estrazione. O più semplicemente, per dirla con Giovanni Paolo II, si tratta di dire alla famiglia: «Credi ciò che sei e diventa ciò che sei».
*direttore Verona Fedele