Troupe tv e agenzie di pr: gli altri «eserciti» in Caucaso

Accuse da Tbilisi: «I russi hanno distrutto un ponte ferroviario di importanza strategica lungo la linea che attraversa il Paese da est a ovest, vicino alla cittadina di Kaspi, a 40 chilometri dalla capitale, subito dopo la firma per il cessate-il-fuoco». Risposta da Mosca: «Si tratta di un ennesimo bluff informativo georgiano. I militari russi non distruggono le infrastrutture della Georgia, ma la inducono alla pace». Il copione è lo stesso da dieci giorni. Se le bombe si fermano, la guerra mediatica tra Georgia e Russia continua a colpi di accuse e smentite. E come sul campo, anche qui ogni schieramento ha la sua tattica e il suo «esercito».
Tutte le mattine, durante la guerra, la voce di Alexander Lomaia gracchiava attraverso un apparecchio nascosto chissà dove. Lomaia è il segretario del Consiglio di sicurezza georgiano, uno dei collaboratori più stretti del presidente, Mikhail Saakashvili. Una voce di donna scandisce le sillabe del nome chiedendo qualche secondo di pazienza. Lomaia saluta e inizia il rapporto sullo stato della guerra. Dall’altra parte del filo ci sono giornalisti da ogni parte del mondo. Per fare una domanda occorre premere la stella sulla tastiera, per terminare l’asterisco. È lo strumento usato dal governo di Tbilisi per superare l’attacco telematico degli hacker russi ai siti Internet istituzionali e per evitare l’isolamento informativo. Le rotative dei quotidiani a Tbilisi si sono fermate. Il quotidiano Messenger non è uscito nelle edicole per un paio di giorni, un messaggio sulla pagina web del giornale si scusa con i lettori per il disagio.
Il governo della Georgia ha mantenuto la linea con i quotidiani di tutto il mondo attraverso una serie di società di comunicazione collegate in rete. Tiene i fili Aspect, un gruppo di Bruxelles che ha sede a Londra e Parigi: dispacci quotidiani, media alert, notizie dell’ultima ora garantite a tutti i maggiori quotidiani del pianeta. Gli addetti stampa della rete non si aspettavano di dovere, un giorno, affrontare una guerra: «Fino a qualche settimana fa, il nostro compito era quello di presentare in Europa lo stile di vita della Georgia e gli sviluppi di questo Paese - dice una fonte del network - ora la situazione è completamente cambiata».
In Russia i canali di trasmissione hanno funzionato come nei giorni di pace. La differenza sta nei dialetti dei protagonisti. Il premier, Vladimir Putin, ha avuto la possibilità di rispolverare il gergo da Kgb che lo ha reso celebre nei primi anni al Cremlino. «La Georgia si è infilata in un gioco sanguinoso», ha detto. Con lui, anche Dmitri Medvedev ha usato parole forti: «Costringeremo Tbilisi alla pace», ha spiegato. Missione compiuta. Ma il compito più difficile è toccato all’ambasciatore russo presso la Nato, uno che tiene ancora in ufficio la bandiera con la falce e il martello: è toccato il compito di spiegare all’Occidente le ragioni dell’intervento in Georgia. I due Paesi sono divisi anche sul conto delle vittime in Ossezia. I bilanci sono parziali, i russi parlano di 2mila vittime in Ossezia e di 70 militari morti. La Georgia smentisce, denuncia il Cremlino per azioni di pulizia etnica e minaccia di rivolgersi alle Corti dell’Occidente per i diritti umani. «Noi, intanto, speriamo che il governo georgiano non cada - dicono alla rete di comunicatori di Tbilisi - sarebbe difficile ottenere un compenso dai successori».