Turchia, carta bianca all’esercito per invadere il Kurdistan iracheno

Inviti alla moderazione dagli Usa e dal segretario generale della Nato

Che questa volta non scherzavano lo si era capito. Ma ieri la Turchia ha dimostrato che è pronta a passare dalle parole ai fatti. Il Parlamento di Ankara ha infatti autorizzato l’esercito a intervenire nel Nord dell’Irak qualora la situazione lo richieda. Un voto compatto, con appena 19 voti contrari su 526: quelli dei deputati curdi. La seduta si è tenuta a porte aperte per dare al popolo la possibilità di seguire il dibattito parlamentare su uno degli argomenti più sentiti. Per tutti si tratta dell’ultimo avvertimento a Bagdad e a Washington.
La mozione è stata votata per dare una risposta definitiva alle azioni dei terroristi del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, che entrano in territorio turco per attaccare militari e civili e poi tornano nel Nord Irak, protetti dal governo regionale di Massoud Barzani. Il premier iracheno, Nouri al Maliki, ieri mattina ha rivolto un appello a Recep Tayyip Erdogan perché la Turchia abbandoni i suoi piani di incursione armata e appronti una soluzione al problema bilaterale. E due giorni fa il vicepresidente iracheno Tarik Hasimi si è fatto ricevere dal premier Erdogan e dal ministro degli Esteri Ali Babacan per avere un’ultima possibilità. Ma stavolta alla Turchia le parole non bastano.
Nei mesi scorsi più volte l’esecutivo islamico moderato ha fatto appello per trovare soluzioni condivise, ed Erdogan aveva sempre rifiutato di dare ai militari licenza di invadere il territorio nord-iracheno, conscio dei problemi che questa scelta avrebbe causato non solo in sede internazionale, ma anche all’interno del Paese. In Turchia, infatti, la tensione è alle stelle non solo per gli attentati del Pkk della settimana scorsa, che hanno provocato decine di vittime fra i soldati, ma anche per la legge sul genocidio armeno votata dalla Commissione esteri del Congresso americano e che ha congelato le relazioni tra Ankara e Washington.
Gli inviti alla riflessione e all’astensione dalla soluzione armata si moltiplicano da giorni, e ieri è arrivato quello della Nato, il cui segretario generale, Jaap de Hoop Sheffer, ha contattato il capo dello Stato, Abdullah Gul. Il presidente americano George W. Bush, in una conferenza stampa, ha prima bacchettato il Congresso, a maggioranza democratica, accusandolo di aver approvato la legge sul genocidio nel tentativo di «mettere ordine nella storia dell’impero ottomano» e lasciando intendere che non continuerà l’iter burocratico di approvazione. Ma ha anche intimato alla Turchia di non intraprendere azioni militari in Nord Irak. «Abbiamo detto chiaramente alla Turchia - ha detto - che non è nel suo interesse inviare un numero significativo di truppe in Irak. Il governo iracheno ha capito che esiste una situazione delicata».
Tutti gli occhi adesso sono rivolti sul prossimo incontro fra Bush ed Erdogan. Ankara rimane risoluta e con il fiato sospeso. Nei giorni scorsi il Pkk ha annunciato nuovi attentati, che potrebbero prendere di mira anche esponenti del partito e dell’opposizione e non più solo obiettivi militari. La popolazione, stremata da oltre 30 anni di guerriglia, chiede una soluzione finale, e il governo turco e l’esercito si trovano tra due fuochi, con una situazione interna delicata e le conseguenze in campo internazionale che un attacco armato potrebbe provocare.
Il problema è se il governo iracheno sia veramente disposto a intraprendere un’azione congiunta. Scettico il presidente, Jalal Talabani, secondo il quale Bagdad non può prendere le armi contro i curdi. Ma l’esercito turco sì.