La Turchia ha il piano anti Pkk Esercito pronto a invadere l’Irak

Ankara accelera i tempi: attacco previsto subito dopo le elezioni del 22 luglio. Obiettivo: stanare 4mila terroristi. Irritazione degli Usa

da Ankara

La Turchia è a un passo dall'intervento armato in Nord Irak. Da settimane nel Paese della Mezzaluna si rincorrono voci sulla possibilità di un attacco e, dopo il premier Recep Tayyip Erdogan, adesso è arrivata una conferma anche dal ministro degli Esteri Abdullah Gül, fino a questo momento molto cauto sull'argomento. Parlando con la Cnn Turk, il capo della diplomazia ha detto: «Ogni scenario a questo punto è possibile. Conosciamo il piano elaborato dai militari nei dettagli. Non me la sento di dire che dopo le elezioni (il 22 luglio prossimo ndr) non ci sarà un intervento armato».
La cosiddetta questione curda divide l'opinione pubblica nel Paese da alcuni mesi, insieme con una crisi politica senza precedenti e lo scontro fra istanze laiche e islamico-moderate. Una miscela che rende la Turchia simile a una polveriera sul punto di esplodere.
Le posizioni sull'intervento in nord Irak sono note da tempo. L'establishment militare e l'ultra laico presidente della Repubblica in carica, Ahmet Necdet Sezer, sono a favore di un'operazione oltre confine. L'obiettivo è scovare i circa quattromila militanti separatisti del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, considerato un'organizzazione terrorista sia in Europa sia negli Stati Uniti. Secondo l'esercito, debellare questi nuclei, che trovano protezione nella regione autonoma curda del Nord Irak, governata da Massoud Balzani, significherebbe porre la parola fine a una guerra intestina fra stato turco e militanti separatisti, un conflitto che dal 1984 ha provocato oltre 40mila vittime.
Diverso, almeno fino a un paio di settimane fa, l'atteggiamento del governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan, favorevole a una mediazione con il governo iracheno, anche a causa dei contratti petroliferi che il Ministro dell'Energia turco Hilmi Guler stava cercando di chiudere nella zona di Kirkuk. L'attentato ad Ankara dello scorso 22 maggio, costato la vita a sei persone, gli attacchi alle località turistiche, che si ripetono con regolarità ogni estate, e soprattutto la campagna elettorale, hanno portato il primo ministro a tornare sulle sue posizioni.
Il 6 giugno scorso, circa duemila soldati hanno invaso il territorio iracheno per circa 30 chilometri. Un'operazione lampo, negata dal governo di Ankara ma confermata ai media dagli ufficiali presenti sul posto. Negli ultimi 14 giorni si sono tenuti due incontri fra Erdogan, Gül e il capo di Stato maggiore turco, generale Yasar Buyukanit. Fino a questa settimana sembrava che l'intervento militare potesse essere evitato. Era stata elaborata una proposta da presentare a Nouri al-Maliki, che ha promesso al governo turco una visita imminente per parlare della questione: una fascia di sicurezza in territorio iracheno, larga da 10 a 20 chilometri, lungo il confine con la Turchia e costantemente presidiata da truppe della Mezzaluna.
Poi, mercoledì, la svolta. Yasar Buyukanit ha convocato una conferenza stampa straordinaria, nella quale ha detto, senza mezzi termini che un attacco armato oltre il confine era necessario. Il giorno dopo dalla Casa Bianca, è arrivata una risposta secca, apertamente contro l'ipotesi di un intervento. Ma Washington sembra aver avuto un effetto negativo sulle intenzioni del governo. Gül ha parlato per la prima volta di incursione e Salih Kapusuz, capogruppo in parlamento dell'Akp, il partito di maggioranza, ha addirittura accorciato i tempi. Parlando con il quotidiano Zaman ha detto: «Possiamo ancora convocare in seduta straordinaria l'assemblea e approvare la mozione di intervento militare».
Intanto il 22 luglio si vota. Dopo la Turchia si troverà con una situazione incandescente non solo sul confine nord iracheno, ma anche al suo interno, con un nuovo governo, un nuovo presidente della Repubblica ancora da eleggere e una guerra fra parte laica e filoislamica. Quella si dice una lunga estate calda.