TUTTI ALLE TERME Lo «sballo» naturale

Anche un bimbo di sei mesi è curato con l’acqua per togliergli la pelle ustionata

Nel 1969, quando andai con i miei zii per la prima volta al President di Abano appena costruito, immaginavo che i fanghi trasformassero gli ospiti in una specie di mummia anche se le belle signore e i bei signori tedeschi che frequentavano l’albergo della famiglia Sabbion non strusciavano neppure un centimetro di gamba. Ma dai dépliants osservavo spalle di creta, maschere, gambe nere in restauro.
Le Terme ancora non si associavano al composto aurifero beauty farm e, soprattutto, erano luoghi «stranieri» e per stranieri che nel DNA della memoria andavano smaltendo gli ultimissimi usi e costumi dei viaggiatori del Grand Tour. Però quell’acqua bollente che esalava dalla piscina, quelle nebbie, quel fango nero appunto come lava vulcanica mi ficcarono da subito in testa che le terme avevano a che fare con i labirinti, il fuoco, la pancia della terra, con Verne e poi con l’inferno, e cioè con l’Inferno di Dante. Non a caso, come spiega Virgilio, l’origine dei fiumi infernali (Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito) è opera di un vecchio che a Creta, dentro il monte Ida, sta in piedi con le spalle rivolte a Oriente e la faccia a Roma con la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro, mentre il piede destro, sul quale poggia, è di terracotta - capirete che il vegliardo è identico ai vecchi signori tedeschi impiastrati di fango che vedevo da ragazzino! C’è da aggiungere che codesto immortale ha tutto il corpo, escluso il capo, pieno di fessure dalle quali gocciolano lacrime (lo stesso gocciolamento delle saune!) che, cadendo e bucando il terreno, scendono fino all’Inferno formando i fiumi dannati.
Ora dal tempo dei signori tedeschi e dalle fantasticherie sui Bagni e Fanghi è passato il tempo giusto perché le Terme, appunto, tornassero in questi ultimi dieci-cinque anni a essere non più soltanto metafore dell’Ade, o ritrovi salutari e di relax per pochi, ma luoghi di piacere e incontro sociale proprio come avveniva in Grecia e soprattutto nell’antica Roma. Certo, oggi non raggiungono i fasti sibaritici pagani ma, come era a Roma, le Terme sono sinonimo di beauty farm dove, con un «pacchetto» di offerte per il fine settimana, tanti giovani trovano: piscina, massaggi, cosmetologia, dieta, estetica, gommage... Sesso, perché no. Eppoi, quando il Bagno si dismette, accade che le Cattedrali del corpo (titolo del curioso libro di Alexia Brue - Feltrinelli - e impeccabile metafora) si trasformino in qualcosa di altro: «Quella sera andammo a ballare al Les Bains Douches, un ex bagno turco parigino convertito in locale notturno che ora emanava vapori di sensualità. Marina, lamentandosi per il gran caldo, si era spogliata fino a restare in canotta. Tutt’intorno a noi i vestiti volavano per aria, e l’ambiente pulsava di un’energia erotica, quasi orgiastica...».
Devo ricordare che a Saturnia, qualche anno fa, non mi era andata altrettanto bene. Mi ero giurato di farla finita con le Terme. Il dio Saturno ficcato in quel cratere impastato di alghe bollenti mi fece lo sgambetto. Blocco renale? Intestinale? Fui costretto a imbarcarmi nella pece di Saturno per cercare un dottore. Saliscendi e campagne parevano una giungla pronta a risucchiarmi. Credevo di morire. Ma dove era un medico? E perché al Grand Hotel mi avevano lasciato partire da solo?
In quel posto vecchi e giovani signori parevano proprio anime bianche (ignavi!) incappucciati negli accappatoi. E poi non era sacrilego bagnarsi nella polla del dio? Invece ci si buttavano dentro come se si tuffassero dal pattino. No!, dissi, basta con le terme, anche se ci sono andato sempre per dormire e non per farmi scorticare. È ovvio che la mia sciocca esperienza non fa testo perché oggi come ieri (nel senso di passato remoto) le thermae sono di gran moda. Sono sicuro che soppianteranno discoteche e palestre. Saranno le nuove piazze. Le nuove agorà. Si useranno con la stessa facilità con la quale ne scrive Apuleio (L’asino d’oro): «Presto, prendete dalla credenza dell’olio per ungerlo e un panno per strofinarlo, e il resto del necessario; e poi portate il mio ospite alle terme più vicine, perché so che è stanco, dopo un viaggio così lungo e difficile».
I romani, dunque, le usavano facilmente, quotidianamente. Erano la loro casa allargata. Le usavano ricchi e poveri. Anzi, alle terme ci si mischiava. Le barriere sociali venivano abbattute. I romani si lavavano alle terme, ci mangiavano, ci facevano esercizio fisico, socializzavano, si rilassavano, ci organizzavano feste, ci portavano la moglie, la fidanzata, l’amante, ci facevano l’amore. Chi era solo, maschio o femmina, alle terme dunque si poteva innamorare. E se era malato si poteva curare. Vitruvio scrisse che le sorgenti di zolfo curano i tendini. Galeno, l’antico medico, prescriveva bagni di sudore ad Augusto. Mentre Seneca vi trovò la morte per soffocamento dopo che le terme le aveva tanto odiate per via dei rumori che provenivano dalla stanza dell’estetista.
Anche Vázquez Montalbán nel romanzo Le terme manda il suo poliziotto ciccione come «una bomba a orologeria suicida» a curarsi lì dove trova anche un bel massacro. Ma ne Il paese delle nevi del premio Nobel Yasunari Kawabata non si deve curare nessuno, perché le terme sono finalmente un ricamo del corpo...
In Italia non c’è regione che non abbia le sue terme. È chiaro che quelle di Ischia sono al bacio. Però i Papi e Michelangelo andavano nella terra degli Etruschi. Nella Tuscia. A Viterbo. Proprio alle Terme dette «dei Papi». E così (e qui la faccio finita con la letteratura) la sorgente chiamata Bullicame non poteva che essere preda delle viscere, dell’Inferno, dei fiumi infernali (le fantasticherie non sono mai sceme) e quindi di Dante che la schiaffa dritta dritta del Canto Quattordicesimo: «Quale del Bulicame esce ruscello/ che parton poi tra lor le peccatrici,/ tal per la rena giù sen giva quello».
L’acqua del Bullicame riempie una piscina di duemila metri. Qui arrivano tanti ragazzi e ragazze. Ogni giorno. Come gli antichi romani si innamorano nella piscina. Ma gli adulti continuano a frequentare l’albergo Niccolò V e i corridoi e setterranei che da lì si dipanano. I ragazzi raggiungono le vasche di «San Valentino». Una accanto all’altra, così si possono sussurrare nelle orecchie... I grandi puntano la «grotta». È qui che il vulcano non muore mai. È qui che la nebbia dirada i pensieri, che invece di intossicare disintossica. Nella grotta naturale rivoli d’acqua scorrono su montagnette di calcio (puro carbonato di calcio), spingendo la temperatura a oltre quarantacinque gradi. Sembra di stare tra le ossa mammellose della terra. Ecco, qui siamo nella cattedrale del corpo. Infatti è qui che il corpo respira e si avvolge dolcemente nel suo respiro. Qui si disintossica e si cura. Qui si riattiva il nostro metabolismo, qui si guarisce dai reumatismi, dall’asma... Stando qui sotto mi sembra di scendere dentro di me: è proprio una discesa «in sé».
Però in uno di questi labirinti si può anche giocare con la «idro-bike», e nella vasca «emozionale» si possono sognare le piramidi e avere uno «sballo» naturale anche perché i murales, come dire, aiutano la fantasia con tutti questi disegni paradisiaci che nemmeno il D’Annunzio più sfrenato si sarebbe sognato di sfiorare. Eppure qui ci si viene soprattutto per essere sporcati e infangati. È curioso che da una specie di «discarica» fangosa (mi si perdoni il termine in nome di questa giornata di pace), chiamata Bagnaccio (dalla località)... è pazzesco insomma che da un laghetto melmoso arrivi questo limo vulcanico e insapore tanto buono, tanto spalmato con il quale ormai i futuri ex discotecari si impiastrano seno, spalle e viso in un’orgia finesettimanale e igienista...
Il fango è «vergine». Così mi dicono e spiegano. «Questo fango è vergine». E poi non se ne deve sprecare neppure un grammo. Ecco perché dopo l’uso viene riportano sul bordo del laghetto dove la natura provvederà a rimetterlo in circolo. Quando lo annuso mi dicono anche: «Il fango è vivo!». Allora afferro la ciotola più grande e me la porto sotto il naso: niente. Gli occhi invece mi dicono che questo ha il colore della pietra lavica fusa (piombo). È un fango «maturo». Se pensate da dove esce. Altro che maturo!
La ciotola più piccola contiene un fango grigio. Grigio-argento. Si usa per le maschere. Si spalma sul viso. Aggiunge bellezza alla bellezza. I due fanghi addizionano il nero e il bianco (così quasi si riduce il grigio quando si diluisce). Maria Teresa, una delle infermiere-estetiste (l’altra si chiama Luciana) mi suggerisce: «Il fango è un animale preistorico». Allora le prometto che domani tornerò.
Quando scendo le scale incontro Alessandro che è un bimbo di sei mesi. Lo stanno curando con l’acqua calda che, sparata da una pistola, si nebulizza e così gli fa sparire le ustioni. Sua madre, qualche tempo fa, stava mettendo il sale in pentola dove si cuoceva la pasta. Il sale ha fatto eruttare l’acqua che ha colpito il piccolo. Ma niente paura! L’acqua delle Terme è infernale, sì, però fa bene a vecchi, giovani, bambini e bambine. A questo punto credo possa andare bene anche come pubblicità.
(13. Continua)