TUTTI A BALLARE Scende in pista il ricordo

C’è una gran voglia di nostalgia ma anche la necessità di essere semplici

Devo confessare che sono imbarazzato a parlare degli italiani che ballano. Di questa tendenza a frequentare sale da ballo o scuole di ballo - perché le discoteche sono solo il mondo emerso e, in qualche modo, trogloditico rispetto al resto. Lo sono soprattutto perché è facile che risulti eccentrico e sofistico fotografare un popolo non dalle scelte politiche o culturali che fa, ma da come balla o se balla il sabato sera o in mezzo alla settimana.
Comunque ho deciso di rompere gli imbarazzi e di buttarmi nella mischia, anzi, di tuffarmi in pista. È chiaro che gli italiani non lasciano cadere l’invito della signora Kampf che, prodigatasi in più di cento inviti per il suo ballo (Il ballo, di Irène Némirovsky, Adelphi edizioni) si ritrova invece la casa vuota, le sale vuote, la vita vuota. Né sono sprovveduti come l’io cantante nella canzone di Nada a San Remo (Luna in piena): «Non so ballare il Valzer/ non so ballare il Tango...». Gli italiani sanno ballare non solo il Tango e il Valzer ma ballano anche Rumba, Samba, Cha cha cha, Paso doble, Jive e Merenghe, Salsa, Mambo e un tempo, soprattutto nei Sessanta, gli davano giù con il Rock’n ’roll, l’Hully gully, il Twist e poi il «ballo del mattone» di Rita Pavone e lo Shake che voleva spazzare via i corpi legati e buttarsi nel futuro. Ecco dunque l’oscillazione che ci fotografa sulla pista del tempo e delle generazioni che si ammucchiano: ieri ballavamo per il futuro. Oggi per la memoria.
In Romagna hanno ballato sempre il liscio. Anche quando a Rimini nascevano le discoteche, le balere (in Argentina: milongas) erano strapiene e Casadei era un idolo da Cooperativa. C’erano i veglioni con gli uomini in farfallino e la giacca come quella dei camerieri e i tavoli da bar sul palco nei cinema trasformati in sale da ballo. E le donne con le gambone sedute a ginocchia incollate, mentre «i giovani» erano disposti con le spalle al muro magari sognando di stare da un’altra parte intanto che cantava Mauro Lusini. Per molte cose alle quali non voglio dare pretesti autobiografici, si può andare a Permette un ballo, signorina? (Mondadori) del cantautore Andrea Mingardi. C’è un elenco di locali e di band musicali (italiane) che sembra un menù delle eterne stagioni e della gioventù che, proprio grazie al ballo, rimane anch’essa eterna. Insomma chi ballava il liscio o chi lo shake sembrava volesse sgomitare per uscire dal buio del passato. I matusalemme del liscio, volevano il futuro per dimenticare la guerra; i giovani del Rock, lo volevano punto, perché, magari, l’adrenalina di Ventiquattromilabaci o l’eroina di Lou Reed ai corpi faceva sfasciare i busti ortopedici per salire sulle lamiere volanti dell’ultimo Futurismo possibile.
Ora le scuole di ballo sono anche sperdute nei residui della campagna italiana. Ma forse questo è come allora, infatti vengono in mente i soliti noti: Fellini e soprattutto Marco Ferreri (meno noto, anzi dimenticato) con quei suoi padiglioni di lamiera non proprio in periferia ma collocati in deserti sui generis a ridosso delle città. Così decido di farmi venire delle idee andando in uno di questi posti a trovare una specie di hidalgo che si chiama Pierpaolo Formisano il quale, insieme a sua moglie Eva, insegna a ballare. Entrando sul parquet con una intera parete a specchio, mi colpisce una musica celestiale. Ma non è Astor Piazzolla, Carlos Gardel, Angel Vargas oppure Francisco Fiorentino o Alberto Marino. È una musica da Valzer inglese. Bianca. Angelicata. Se mi è permesso: sacra. La voce è in falsetto, è in posa galante e affettata. Rimanda a Vola vola canarino delle infanzie targate Cinquanta. Ecco già questo è un bum all’indietro. È un infiltrarsi nelle radici, ma di quale passato?
L’hidalgo spezzino identico a Don Chisciotte, alto un metro e ottantanove che calza scarpe di vernice nera da smoking e indossa pantaloni fresco in lana sempre neri larghi come le zampe di un elefante, unisce i ballerini che sembrano cigni sulla superficie di uno stagno (la pista). Lui è magro e atteggia il viso in smorfie da avanspettacolo. Petroliniane. Lei è bionda e ha i due incisivi superiori divaricati. Flettono. Le loro braccia unite pare siano un arco teso che lancia dardi. Flettono su gambe tendini e caviglie. Le teste reclinate vanno giù come a voler toccare la superficie dello stagno. Intanto capisco che i corpi dei ballerini non vogliono cercare il futuro, cioè la libertà, perché sono già liberi. Non sono metafora di niente. Vivono dentro la ricerca di una disciplina che a tratti li fa bellissimi. Quando si arrestano a cinque centimetri dalla mia sedia sento i brividi. Provano il quick step, cercano l’equilibrio sempre pronto a precipitare. Il maestro è di volta in volta ufficiale ussaro e vetrinista. Impartisce ordini aspirati e li mette a posto, li modella, li plasma come fosse alle prese con dei manichini. Tira su una gamba, abbassa un braccio, storce una mano. Mi fa pensare anche a un anàtomopatologo alle prese con i suoi cadaveri.
Per strada non penso al Samba o al Jive, bensì mi tornano in mente i quadri di Massimo Pennacchini, uno dei pochi pittori che dipinge enormi milongueros. Mi viene da pensare che anche per gli italiani La vida es un tango. Che anche gli italiani ballano il tango, cioè «la nostalgia», perché soffrono di solitudine come chi ha perduto o sta perdendo le sue origini e la sua memoria. Mi rendo conto che questo nuovo desiderio di ballare coincide, sì, con la nostalgia nel tentativo di recuperare la memoria attraverso il corpo, ma è anche la necessità di tornare a essere semplici, non volgari, a non cercare nel ballo «nessuna lussuria nell’abbraccio», come scriveva Carlos Vega. Vedo le guance che si saldano, i petti che si incollano, i corpi che si uniscono mantenendo un equilibrio «obliquo». Capisco che i corpi dei ballerini sono sessi senza imitare il sesso. Lo capisco meglio ora che mi sono infilato in questo palasport per le gare regionali di ballo targate FIDS: Federazione italiana danza sportiva.
Vedere i ballerini che si scaldano è come andare al circo cinquant’anni fa. È come se Giovanni Verga tornasse a scrivere Eva e di più. Il surplus sta nelle code di tulle che fanno invidia ai pavoni dell’eden. I ballerini sono giovani vivi. Anzi, antichi vivi. E i vecchi ballerini non sono vecchi, ma giovani antichi. Non c’è frattura tra padri e figli; tra nonni e nipoti; tra spettatori e ballerini di Paso doble. Si tratta della stessa arena, della stessa corrida. Il gioco non è vomito in mondovisione ma Cha cha cha senza spargimento di sangue. Ballano bambini di sette-dieci anni, adolescenti, giovani dalle sfumature alte, bellissime sorridenti e appunto nonne e nonni sempreverdi. Gli arbitri che controllano le gare non sono protagonisti né solipsisti. Ce ne sono 15-16, quasi uno per ogni coppia di ballo. I corpi sono anche vegetali e rettileschi. Uno pensa che nel vecchio Eden gli uomini non furono cacciati per un morso di mela andato di traverso. Meglio: uno addirittura pensa che dall’Eden non siamo mai stati cacciati giacché esso è una corrida dove nessuno si fa male. Interpretata da corpi elastici e nudi che non esibiscono la propria nudità, ma sono la disciplina alla nudità pura. Perché uno dice «elastico» e sembra che il gioco sia fatto. Ma non è così perché prima di arrivare all’imitazione dell’elastico ci sono voluti mesi e anni di passione e rigore. A quando le olimpiadi del Paso doble?
E gli spalti sono gremiti di famiglie. Belle. Più belle di Siviglia. E, ripeto, i ballerini non sono ossessionati dal sesso perché sono essi stessi il sesso. O un cobra che ti magnetizza. Eppure le scuole di ballo frequentate dagli italiani a volte imitano proprio le tristi e struggenti milongas di Buenos Aires, almeno per i sentimenti che accomunano i protagonisti: «L’amore è quasi sempre il Paradiso perduto, l’Eden a cui riferirsi quando ci si confronta con la propria solitudine». Infatti «la solitudine» ho trovato al Centro del Tango Argentino Astor Piazzolla.
Noto zampone che danno calci e non «ganci», come grida Alì il maestro. Sono più pseudo arrapanti che disciplinate. Forse non sanno che, pur senza essere «subalterna», la donna nel tango deve lasciarsi condurre dall’uomo? Forse non sanno che l’invito a ballare non deve essere diretto ma filtrato a lungo da sguardi e cenni come in un galateo di tic gestuali e simbolici?
Carlo (mio amico) mi suggerisce che Alì sfoggia baffetti alla D’Alema. «Chiari per tutto questi. Uno due tre. Da qui posso inserire gancio. E qui posso andare avanti. Voglio vedere se è possibile gestire la sala. A bordo della sala. Sentite la musica e state a bordo della sala. Benissimo benissimo». Alì grida «benissimo» ma non c’è niente che va bene. Le donne invece di fare «gancio» (inserire una gamba tra quelle dell’uomo) «scalciano». E tutti si intruppano che fanno ridere invece di piangere come in una brutta commedia all’italiana. Comunque dentro questo lessico surreale e variopinto di Alì ci si incontra. Dalla sua sintassi immaginosa uno pensa di stare in una stalla o in una palestra di pugilato eppure, ripeto, ci si incontra come se una solitudine più una solitudine non facesse due solitudini ma nessuna solitudine. Anche questo è un modo per vivere. È regalarsi un Tango.
(9. Continua)