Tutti invitati ad Atene per leggere l’Olimpiade del sapere

Atleti, filosofi, medici, artigiani, geografi: i campioni delle discipline che crearono il mondo moderno. Da domani in edicola con <em>il Giornale</em>

Con Il mondo nuovo dei Greci, secondo volume della «Storia Einaudi dei Greci e dei Romani», da domani in edicola con il Giornale, il discorso sull’eredità ellenica entra nel vivo. Si procede per figure esemplari: l’atleta, il filosofo, il medico, l’intellettuale, l’artigiano-artista, l’utopista, il geografo, lo storico, operatori di quella visione originale del mondo che giustifica il titolo in copertina.

Il recente evento globale di Pechino rinnova l’energia suggestiva di Olimpia, anche se ben poco dell’antico «spirito» e dei riti originari permane nel riuso moderno. Perfino il simbolo più noto, la fiaccola, è un falso, ideato da Carl Diem per sacralizzare i giochi berlinesi del 1936 con l’accensione scenografica della fiamma a Olimpia e il viaggio al cuore della Germania hitleriana. Una corsa con le torce - una specie di staffetta a squadre, in onore del dio del fuoco, Prometeo - si disputava nella Grecia classica, ma per i vicoli da Atene al borgo del Pireo: nulla a che vedere con le cerimonie quadriennali che offrivano a Zeus Olimpico lo splendore della vittoria agonistica. È un esempio di come noi moderni ci riappropriamo del patrimonio greco: scegliendo come in un profondissimo pozzo dei sogni, contaminando, ricomponendo, rimodellando i frammenti, spesso attraverso il filtro delle civiltà successive, latina, medioevale, rinascimentale, moderna e post.

Pensiamo all’architettura e all’arte figurativa: il severo ordine dorico, inteso come dominio del razionale, del pedagogico, dell’essenzialità grandiosa e geometrica spirante dagli edifici dello stato e della burocrazia o del potere privato (banche, ma anche fabbriche, mattatoi, residenze signorili, cimiteri monumentali), ha consegnato colonne e trabeazioni a costruttori di stretta osservanza classicistica. Al contrario, c’è chi disloca le schegge elleniche in impasti visivi che devono sbalordire non per completezza e somiglianza, ma per allusione, assenza e rigetto, come nel Progetto Antigone a Montpellier (1979-83) di Ricardo Bofil, che incastona nei puri frontoni capitelli monchi, colonne mutilate, triglifi abnormi; nella galleria dello stravagante Caffè Bongo di Tokyo (1987) che il designer Nigel Coates orna con copie di nudi greci issati su piedistalli pretenziosi; nel dipinto Buon giorno, Signor Hockney (1981-83) in cui uno dei padri della pop art, Peter Blake, nobilita ironicamente la patinata atmosfera californiana con un remake dell’Afrodite accosciata, scolpita dall’ellenistico Doidalsas per il re della Bitinia, Nicomede, qui reinventata come una splendida girl policroma sui pattini a rotelle. Sono agrodolci dichiarazioni d’amore, un’ansia di distacco frustrata dall’adesione ombelicale, drammatica rivalsa da adolescenti che più s’impegnano allo strappo, più smascherano la propria dipendenza.
I greci furono grandi elaboratori di modelli. Con innumerevoli errori e omissioni, nessuno lo nega. Ma la propensione ad astrarre schemi dal fluire dell’esperienza li alzò in cattedra. Chi mai penserebbe che quando consulta un navigatore satellitare, sul display del telefonino o sul cruscotto dell’auto, dovrebbe mormorare un «grazie!» agli scienziati ellenici? La geografia fu un prodotto del loro genio. Anche se non possiamo accettare la generosa attribuzione di paternità, pur sostenuta a lungo, al patriarca Omero (futile cercare le tracce di Odisseo nei toponimi del Mediterraneo), ricordiamo che Eratostene, il primo a misurare il meridiano del pianeta con approssimazione impressionante, indicava il fondatore del geografèin, «disegnare la terra», in Anassimandro di Mileto, allievo di Talete, a sua volta pioniere della ricerca naturalistica e filosofica. Il suo trattato includeva una carta geografica, fonte battesimale di ogni futuro atlante. Tolomeo iscrisse i continenti noti nella griglia squadrata sulla quale ancor oggi gli scolari cercano fiumi e capitali.
Ma non è tutto qui. La geografia antropica, il logos, la grande avventura storica dei costumi, delle risorse economiche, delle istituzioni politiche, risale a Erodoto, a Polibio, a Strabone, cultori di un metodo che intrecciava alle misurazioni degli itinerari il discorso sugli uomini. L’uomo al fulcro del mondo greco. La prima grande lezione che il volume ci fa ripassare.