«Tyson chiude col ring, ma apre alla vita»

Tony Damascelli

Mike Tyson ha chiuso. I pugni di un irlandese, Kevin Mc Bride, lo hanno sgonfiato, definitivamente, a Washington. «Non posso più mentire a me stesso, non voglio mettere in imbarazzo questo sport, questa è la mia fine» le ultime parole sul ring, prima di spegnere le luci della sua carriera. Gli italiani, quelli che non seguono il pugilato, che poco e nulla sanno di ganci e di jab, lo avevano conosciuto quasi per caso, una sera di marzo.
Paolo Bonolis lo aveva offerto a mezza Italia, durante il festival della musica leggera di Sanremo. Era strana l’immagine di Tyson, ospite d’onore impacciato e sudato tra una canzone e uno spot pubblicitario; l’uomo di acciaio era un fil di ferro, finito all’angolo per colpa forse di un abito troppo stretto, delle luci bollenti su una ribalta per lui lontana un oceano e di più, per l’assoluta ignoranza, giustificata, di quello show che lo pagava e lo pregava di essere il Fenomeno. Sembrava alla fine suonato come si usa dire di un pugile che le abbia buscate di brutto: «Quella sera intuii che Tyson non riusciva a venir fuori dal personaggio che per anni lo aveva dominato, il pugile aveva avuto da sempre il sopravvento sull’uomo, lo aveva preso a cazzotti, lo aveva dominato con la forza, lo aveva sottomesso con la popolarità immensa, con una esistenza clamorosa. In quella mezzora Tyson mi sembrò un bambino, fragile, spaesato, straniero in terra straniera, glielo dissi, lui sorrise, l’unico esercizio che gli era possibile, anche se non consono, era quello della parola e alla fine riuscì a cavarsela anche con una proprietà di linguaggio imprevista, parlando di pena di morte, di leggi severe negli Stati Uniti».
Bonolis ricorda e annota il giorno del ritiro, la confessione del campione: «Di certo queste sue ultime parole sono la dipartita del pugile e rappresentano la primavera dell’uomo. Questo è un nuovo match, qui dovrà dimostrare che se si è arreso sul ring non si è affatto arreso nella vita, riapre il capitolo dell’uomo, si invertono i ruoli nella sua stessa personalità. Dovrà far buon uso della memoria, di ciò che lui è stato, arrivando a una alchimia tra il presente e il passato, senza vivere con tristezza, con malinconia, quasi con l’abbandono, il ricordo dei tempi grandiosi. Se non lo farà sarà indice della sua immaturità. Prendete Diego Armando Maradona che nei giorni scorsi è tornato a esaltare un popolo di tifosi, una città intera: Diego è andato a cozzare contro un muro quando ancora riteneva, e a ragione, di essere un campione, era spiazzato perché gli era stato sottratto quello che lui possedeva e allora aveva cercato scorciatoie negative per fuggire a una scelta che gli era stata imposta. Tyson, invece, si trova nella situazione opposta, aveva già capito che gli anni lo avevano indebolito nel fisico, aveva capito che era difficile restare Mike Tyson in eterno, sul ring. Oggi incomincia un’altra avventura. Non dovrà dimostrare di essere invincibile, non dovrà rendere conto a un giudice, agli spettatori, al procuratore. Sarà lui medesimo l’avversario di se stesso».