È ufficiale: Copenaghen è solo una passerella

Cresce la sensazione che la conferenza sul cambiamento climatico organizzata a Copenaghen finirà per risolversi in un nulla di fatto: nonostante i costi spropositati e la mobilitazione di ben 35mila persone (invece delle 15mila attese). Ma come mai tutto questo?
A dispetto della grancassa dei governi e dei mass-media, va detto che sempre più va assottigliandosi il consenso scientifico sull’entità del riscaldamento globale, sulle sue autentiche cause (antropiche o naturali) e, infine, sulle conseguenze che possono derivarne. Anche il fisico Paolo Prodi, fratello dell’ex premier, ha recentemente dichiarato che «la scienza sa ancora troppo poco dell’evoluzione climatica e i nostri modelli, quelli dell’Intergovernmental Panel of Climate Change (Ipcc), sono nella loro infanzia». Ma se disponiamo solo di studi primitivi, ci si chiede se abbia senso colpire a morte l’economia del pianeta.
Per giunta, da più parti si afferma anche che se pure fossimo certi di essere in presenza di una crescita significativa della temperatura globale e se essa fosse interamente imputabile all’uomo, anche in quel caso sarebbe irragionevole fermare tutto invece che destinare risorse e tecnologie per interventi «a valle». A tali argomenti è molto sensibile una parte significativa del mondo cattolico, che appare più preoccupata dalla miseria e dall’inquinamento che non dalla temperatura in aumento.
Il vertice, però, sembra destinato a fallire soprattutto a causa di talune cruciali questioni geopolitiche, dato che ormai nel mondo il principale emettitore di gas serra è la Cina. Che però non è un Paese: si tratta semmai di un continente immenso e ancora molto povero, attraversato da tensioni di vario genere (sociali, religiose, etniche) e guidato da un partito unico che, negli anni, ha deliberatamente svuotato di contenuto ideologico il proprio apparato. Ma una Cina in cui «comunismo» oggi vuol dire soltanto potere e clientele può resistere senza troppi scossoni solo se cresce ogni anno intorno al 10 per cento. A Pechino lo sanno e sono pure consapevoli che questo non è compatibile con la scure di Kyoto sui gas serra.
Un successo di Copenaghen, inoltre, sarebbe quasi fatalmente una sconfitta delle speranze di sviluppo dei più poveri. È infatti più semplice congelare la situazione odierna - con un Nord opulento e un Sud alla fame - che smantellare pezzo su pezzo l’economia occidentale, così da trovare qualche spazio di manovra per concedere nuovi diritti di emissione, ad esempio, alle fragili economie africane. Le polemiche innescate dalla circolazione di una «bozza finale» predisposta dai danesi, che è stata accusata dal Terzo Mondo di fare gli interessi dei popoli ricchi, la dicono lunga. È infatti impossibile implementare il Protocollo di Kyoto senza chiedere ai dannati della Terra di rinunciare all’idea stessa di sviluppo. Ma in tal modo la conferenza sul clima sembra fatta apposta per moltiplicare i contrasti tra l’Occidente e il resto del pianeta.
C’è, infine, il nodo degli Stati Uniti. L’America è stata messa in ginocchio della crisi finanziaria e dalle risposte date per affrontarla: salvando le banche, stimolando l’economia, riformando la sanità. Tra programmi avviati e altri sulla rampa di lancio, gli Usa si trovano a fare i conti con un processo impressionante di statizzazione dell’economia. Per questo è difficile che il presidente Barack Obama - nonostante la sua retorica ambientalista - passi dalle parole ai fatti. Non è escluso, insomma, che una volta di più il nuovo presidente segua le ombre di George W. Bush, anche se ciò scontenterà i suoi elettori.
Ovviamente, ogni previsione è impossibile e la storia, per sua natura, segue spesso traiettorie tortuose. Però stavolta è ragionevole attendersi il fallimento di questa kermesse globale del buon cuore e delle buone intenzioni che - nei progetti dei promotori - avrebbe dovuto darci un pianeta sempre più «governato» e, di conseguenza, un’economia del tutto «sotto tutela». Qualcuno, però, deve aver proprio sbagliato i conti.