Ultime lettere di Maria Antonietta

Parigi, 16 ottobre 1793. La cittadina Maria Antonietta, vedova Capeto, prigioniera numero 280, esce dalla sua cella alla Conciergerie e viene portata al patibolo seduta su un carro con le spalle rivolte al conducente, come una criminale. È una donna di trentotto anni (ancora da compiere), magra, vestita di bianco e con i capelli grigi. Sa che tutti quelli che amava (tranne uno) sono morti, e sale le scale di legno senza versare una lacrima, con le mani legate dietro la schiena. Perde un attimo l’equilibrio, urta il piede del boia Henri Sanson e subito chiede: «Pardon», istintivamente. Alle 12,15 la sua testa viene mostrata alla folla.
Così termina l’esistenza di Maria Antonietta regina di Francia, la figlia della grande Maria Teresa d’Austria, la sposa di Luigi XVI, la straniera che arriva alla corte di Versailles all’età di quattordici anni senza parlare una parola di francese e scrivendo a malapena in tedesco. La bambina che spiazza per la sua freschezza, l’ingenuità disarmante, la trasparenza, e viene chiamata «Petite Rouge» da Madame Du Barry, l’amante di Luigi XV, che la disprezza per la sua naturalezza e per il colore dei suoi capelli biondo rame mai tinti e mai troppo coperti da esasperati posticci (almeno non all’inizio della sua «carriera» di regina).
Come la maggior parte delle adolescenti, anche la giovane arciduchessa d’Austria possiede un diario dove ferma le sue giornate, i dolori, le gioie, i turbamenti. Una cronaca costante che andrà avanti negli anni fino alla fine e che Carolly Erickson (storica e studiosa di figure femminili nonché autrice, nel 1991, di una biografia sull’ultima regina dei francesi) ha reso, fedele ai fatti della storia, in un immaginario Diario segreto di Maria Antonietta (Mondadori, pagg. 338, euro 18,50). Un affondo nel carattere della regina, un viaggio nei suoi pensieri più intimi di donna, di madre, di moglie comprensiva e presente, di amante, di amica, di sorella.
Il suo sguardo sulla storia personale e collettiva, la sua inconsapevolezza di una Francia sconosciuta, di un popolo troppo lontano dal mondo della corte. Lealtà verso un marito debole e incapace di regnare (è commovente la tenerezza che li lega), dolcezza, forza. Una Maria Antonietta inedita, frivola per necessità (a Versailles le è stato insegnato lo spreco) e spartana per educazione (Maria Teresa regalava ai figli un paio di scarpe l’anno, alla corte di Francia era scandalo indossare lo stesso paio più di una volta).
La solitudine è combattuta con la scelta di stoffe e colori da battezzare nei modi più strani: «Una delle tinte dell’ultima stagione si chiamava “rospo spiaccicato”, racconta la regina, ma poi c’erano pure il color “sterco d’oca” e “coscia di pulce”». Bizzarrie per riempire i giorni della «cagna austriaca» detta pure «Madame Deficit», moglie di «Luigi Cuor di Coniglio», che non riusciva nemmeno a restare incinta (per questo Maria Teresa le donò la cintura benedetta di Santa Radegonda, protettrice della fertilità).
In queste pagine private che abbracciano un arco di venticinque anni, si incontrano personaggi storici (Cagliostro, Robespierre, Giuseppe d’Asburgo Lorena, Axel Fersen, grande amore di Maria Antonietta), immaginari (il fedele stalliere Eric, la spietata Amélie), si incontrano gli animali amati come le mucche Brunette e Blanchette, il cane lupo Malachi, la cagnolina Mufti. Silenziosi compagni della quotidianità, distrazioni benevole mentre la servitù scommette sulla morte dell’erede Luigi Giuseppe e i gioielli della corona vengono venduti per saldare debiti e sostituiti con falsi in pasta di vetro.
Tra controllo sociale, malattie, speranze, morti premature, l’amore tra Fersen e la regina è un faro potente che illumina. L’unico superstite tra le persone amate da lei. Tra le ultime in ordine di massacro è la migliore amica della sovrana, la bella Maria Teresa di Savoia-Carignano, principessa di Lamballe, che le restò vicina fino all’ultimo pagando con lo stupro e una morte efferata la sua fedeltà. La testa della principessa fu mostrata alla regina tra le sbarre della prigione dal popolo delirante. Figli, amici, consorte (ghigliottinato il 21 gennaio del 1793): tutti perduti.
In salvo solo l’amore che non era riuscito a portarla via. Durante gli ultimi giorni in cella, spiata dalle guardie in ogni momento, Maria Antonietta scrive: «Non posseggo quasi più nulla di mio. Un guanto giallo di mio figlio, il piccolo angelo che Axel mi ha regalato, il mio anello nuziale e quello di Luigi, la cintura di Santa Radegonda. E questo diario, la storia della mia vita».