Ungheria, la rivolta avvelenata

Chi avvelena la commemorazione del 50° della Rivoluzione ungherese del 1956? Una provocazione della polizia del premier Ferenc Gyurcsány, un apparatchik comunista riciclato, a metà settembre criminalizzò i manifestanti che protestavano per le menzogne in campagna elettorale, certificate da una registrazione audio che non poteva che provenire da ambienti prossimi, si badi, allo stesso Gyurcsány. I disordini conseguenti sono stati funzionali a criminalizzare quali «estremisti di destra» i manifestanti di Budapest fra i quali già serpeggiava lo scontento, vedendo gli ex comunisti accingersi a espropriare il ricordo della Rivoluzione del '56. Il risultato è una netta separazione fra eredi del regime comunista e popolo. Persino Massimo D’Alema ha osservato che la «commemorazione senza popolo» della Rivoluzione del '56 «è una strana cerimonia». Alle pacifiche manifestazioni nelle strade di Budapest si contrappongono le manganellate a manifestanti e turisti, anche nei ristoranti.
I complici di Gyurcsány, a Budapest come a Roma, cercano di impedire la collocazione storica della Rivoluzione del '56. Da qui i telegenici tardivi pentimenti di chi plaudì stragi e torture della polizia sovietica, che fanno da contraltare all'omertà sulle persecuzioni ancora vigenti in Russia, per esempio verso i condannati al gulag per l'aiuto offerto agli ungheresi, i quali sono tuttora «pregiudicati», con le relative conseguenze legali, rivelando così l'ingannevole natura delle frettolose verniciature gorbacioviane, con l'aiuto di quella società di mutuo soccorso reazionario che vede in prima fila molta stampa italiana, che etichetta come «estrema destra» i dimostranti ungheresi, secondo la regola aurea della scuola sovietica di disinformazione.
Un vecchio eroe della rivoluzione ungherese, che pagò con lunghi anni di durissimo carcere il suo amore per la libertà, ci ha testimoniato tutto il suo disgusto nel sentirsi dire da un ex ambasciatore italiano, che «la rivoluzione di Budapest fu inutile». Nel cinismo salottiero c'è tutta la crisi d'una piccola borghesia italiana che, quando fu grande, mandò i suoi figli a dar manforte ai combattenti della libertà. Oggi tutt'al più li manda a morire in autostrada, intossicati di droga e bugie di pseudostorici un po' distratti.
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