Unità d'Italia, lo storico: «Italiani non si sentono parte di una nazione»

Emilio Gentile a «Focus Extra»:<BR> «Cittadini non si sentono liberi e uguali di fronte allo Stato»

«L'immagine che gli italiani hanno dello Stato è oggi di un'enorme macchina che depreda le risorse per sperperarle nel lusso di una classe politica che non rappresenta più il Paese, o per dirottarle su regioni improduttive o su imprese che nulla hanno a che fare con i cittadini, mentre sta aggravandosi una grave diseguaglianza sociale».
Questa l'analisi che Emilio Gentile, uno dei maggiori storici contemporanei in Italia, fa del nostro "amor di patria" attraverso le pagine di Focus Extra, il periodico Gruner+Jahr/Mondadori diretto da Sandro Boeri, in edicola con un numero monografico dedicato all'Unità d'Italia.
«Ciò che oggi è successo in Italia è che è decaduto lo Stato in quanto istituzione riconosciuta e rispettata dai cittadini. È questo che negli ultimi decenni ha portato all'oblio della nazione. Molti italiani non si sentono più parte di una nazione perché non si sentono cittadini liberi e uguali di fronte allo Stato. Fattore che ha indebolito il senso della nazione».
Alla domanda se esiste oggi la volontà di essere italiani tutti insieme, lo studioso risponde: «Sembrerebbe proprio di no. Oggi, per la prima volta nella storia unitaria, siamo in presenza di un vigoroso movimento politico che nel proprio statuto parla di indipendenza della Padania. Ma realizzarla sarà pressoché impossibile, perché nulla la può identificare come nazione. Tanto più che stiamo parlando di un agglomerato di regioni tutt'altro che omogenee da cui ha avuto origine proprio l'Unità d'Italia, e che per il 20-30% è costituito da meridionali».
Secondo Gentile «la nostra vera patologia riguarda la decennale disfunzione dello Stato nazionale, nel quale i cittadini non si riconoscono più, e che dunque ritengono privo di valore. Gli italiani sono orgogliosi della propria cucina, della nazionale di calcio e dei propri musei. Ma della propria storia o della bandiera se ne infischiano. In verità, la maggioranza degli italiani è orgogliosa anche della propria storia e della propria Costituzione. Ma al tempo stesso dichiara che la propria migliore qualità è l'arte di arrangiarsi, e il proprio peggior difetto lo scarso senso civico. Le due dichiarazioni sono inconciliabili. Ci si arrangia in un mondo disordinato, di furbi e di arrivisti, non in uno Stato sano. Quello che mi chiedo - conclude lo storico a Focus Extra - è perché un lungo dominio democristiano e un millenario dominio spirituale della Chiesa non ci abbiano lasciato un senso del bene collettivo che coincidesse con l'etica civica. Questo è un grande interrogativo che rimane aperto».