Gli uomini che controllano la nostra reputazione E decidono chi avrà successo

Un tempo bastavano nomi e cognomi: i primi per indicare il bar o il negozio di fiducia, i secondi per parlare di marchi o aziende affidabili. C'è stato un tempo in cui la reputazione la dava il lento incedere della tradizione: una cosa era degna di stima perché da sempre era stato così. Le referenze di familiari servivano a decidere se diventare amico di qualcuno. La reputazione era una cosa seria, e oggi lo è ancora. Solo che funziona in modo diverso. «Prima esistevano norme fisse: contavano ceto sociale, cognome, il rispetto della legge e delle tradizioni. Avere una solida reputazione oggi può voler dire mille cose insieme», spiega da Parigi Gloria Origgi che si occupa di filosofia all'Ecole Normale Supérieure e ha appena pubblicato in Italia «La reputazione. Chi dice che cosa di chi» (Università Bocconi Editore).

Viviamo infatti negli anni di una nuova specie: quella dell'homo socialis. E se pensate che l'argomento riguardi solo i vip, vi sbagliate: «I social network ci hanno reso tutti, potenzialmente, persone soggette al giudizio pubblico che devono fare i conti con la reputazione ogni giorno», continua Origgi. Le conseguenze di questo cambiamento sulla vita privata e soprattutto professionale non sono trascurabili: ne siamo davvero consapevoli? Pare di no.

BASTA LA PAROLA

Marcello Albergoni è Head of Italy di LinkedIn, il noto social network impiegato per lo sviluppo di contatti professionali (400 milioni di membri in tutto il mondo): «In Italia l'importanza della reputazione on line per la propria vita lavorativa è decisamente sottostimata. Secondo una recente ricerca di Censuswide, più di due terzi delle persone che lavorano non si preoccupa affatto della propria identità online. Solo il 57% dei lavoratori del Belpaese crede che l'impressione che si trasmette online sia altrettanto importante di quella data di persona. I recruiter, cioè coloro che sono chiamati a fare i colloqui di selezione, pensano esattamente l'opposto». La reputazione sociale per trovare lavoro è importante, eccome: «Avere un'identità digitale corretta e coerente permette a chi sta cercando lavoro di farsi trovare più facilmente da nuove opportunità e alle aziende di scoprire più velocemente i talenti di cui hanno bisogno», dice Albergoni. Pubblicare una raffica di foto su Facebook con un cocktail in mano, pontificare su ogni cosa (quando non si ha nozione di causa), esprimersi in toni aggressivi o rudi non è certo un bel biglietto da visita. Basta poco infatti per giocarsi la reputazione: «La vita digitale, le connessioni, i gruppi di discussione e le opinioni del candidato contano sempre di più per i recruiter spiega Albergoni -. Oggi più che mai si è interessati ad assumere talenti che vogliano davvero lavorare per una determinata compagnia, svolgendo un determinato lavoro, con un certo stile».

Per costruirsi una solida reputazione on line nulla va lasciato al caso. «Su LinkedIn suggerisco di inserire nel profilo una bella foto professionale: se s'intende lavorare in ufficio, non va bene ad esempio la foto delle vacanze. Poi va fatto un sunto del proprio profilo non più lungo di quaranta parole e che non abbia al suo interno termini, come esperto e responsabile, davvero inflazionati. Direi anche di aggiungere documenti e file che possano dare concretamente visione del proprio lavoro e della propria esperienza». Dobbiamo poi dimostrare di avere un io sociale professionale attivo: «Meglio partecipare alle conversazioni nei gruppi dedicati al proprio settore, seguendo le aziende più influenti del mercato e attivando connessioni con colleghi e professionisti con cui si è entrati in contatto», conclude Albergoni. Obiettivo: essere homo socialis va bene, ma non a sproposito.

I MANAGER DEL BUON NOME

Se la reputazione è importante per i singoli, lo è ancor più per le aziende: «Quando un marchio vede attaccata o sminuita la sua reputazione, corre ai ripari affidandosi a professionisti del settore», spiega Gloria Origgi. Si chiamano reputation manager e rappresentano una figura impensabile fino a pochi anni fa: la stessa Commissione Europea, in un report sulle prospettive occupazionali nella Ue appena pubblicato, la inserisce tra le professioni del futuro. «Sono esperti di reputazione chiamati a gestire il buon nome della società sui social, nella comunicazione e nelle pubblicità. Sono allenati e abili a fronteggiare la crisi di consensi», spiega Origgi e per semplificare il concetto porta l'esempio della Volkswagen. All'indomani dello scandalo del 2015, quando emerse che il software che misurava le emissioni di ossidi di azoto nelle auto era stato manomesso, gli efficienti reputation manager del gruppo non agirono d'impeto, negando l'accusa. «Non si atteggiarono a ecologisti, non fecero contro-informazione, ma iniziarono una campagna di comunicazione on line alternativa e puntuale, puntando su altri aspetti del marchio. Ad esempio, il fatto non certo secondario che fosse la prima azienda di salariati in Germania. Il caso dimostra come funziona il meccanismo della reputazione sociale oggi che il web è così importante: se si è attaccati su un aspetto, meglio distogliere l'attenzione su altro. Le accuse di prima non saranno rimosse o messe a tacere (la piazza virtuale è diventata troppo ampia), ma avremo tentato di dare un volto diverso e presumibilmente migliore al nostro io sociale», commenta Origgi.

SPECCHI INFEDELI

La reputazione oggi deve tenere il passo della rete. E non è facile. «La nostra immagine sociale è aumentata, ma le regole sono nuove e spesso ci prendono contropiede», commenta Origgi. Una cosa va infatti tenuta bene a mente: noi uomini sociali (abituati a vivere tra Facebook, Instagram e Twitter) non abbiamo a che fare con specchi fedeli, ma con prismi che rifrangono o confondono le immagini.

Detto in altri termini: non sempre ciò che mostriamo di noi stessi è percepito dagli altri nel modo in cui speriamo. Del tragico epilogo del video con Tiziana Cantone clip erotica da lei stessa inviata a pochi amici e diventata virale sul web sino a spingere la donna al suicidio per vergogna si è già scritto molto. Ma non c'è bisogno di arrivare a tanto per capire che oggi il nostro io sociale, il modo in cui ci presentiamo e siamo trattati sui social network, è importante tanto quanto quello della vita reale.

Delle conseguenze della reputazione on line sull'esistenza quotidiana parla anche il film «Che vuoi che sia» diretto e interpretato da Edoardo Leo: è la storia di una coppia che per una leggerezza (il solito video postato in rete) perde la faccia e poi gli amici e infine l'amore e il lavoro. La reputazione oggi si gioca infatti sul terreno insidioso dei social: «Viviamo nel paradosso di un'epoca effimera in cui tutto rimane», conclude Origgi, ricordando che è molto difficile rimuovere del tutto contenuti indesiderati dal web. Per salvaguardare la propria reputazione basterebbe una semplice regola: ricordarsi che un clic è per sempre.