Per uomini e animali i ricordi sono un'eredità

Disegnare come Leonardo o andare verso il mare appena nate come le tartarughe. Persino le paure si tramandano

Dicono che sia un bambino prodigio, che abbia il dono della scrittura, della pittura o della composizione. Ma il fenomeno legato alle doti individuali è più complesso e non avrebbe a che fare con il caso, come si è sempre sostenuto, ma con un disegno ben preciso della genetica. Il presupposto, gli avi. In Giappone hanno una devozione assoluta per chi ci ha preceduti; dalle nostre parti, è già tanto se riusciamo a omaggiare le due generazioni che ci hanno anticipato. Eppure il talento, la miracolosa predisposizione per qualche attività, ma anche paure infondate come le fobie, potrebbero essere figlie dei nostri antenati. Si rischia di sfociare nel campo della pseudoscienza, su cui questo tipo di tematica attecchisce con grande facilità; tuttavia a parlare oggi è la scienza autentica, che ci conferma una realtà mai adeguatamente ponderata: i ricordi possono essere tramandati attraverso il Dna.

Ci sono dei test effettuati sugli animali. Ma se osserviamo con attenzione la nostra quotidianità potremmo giungere già a qualche conclusione. Esistono infatti persone che giunte all'età adulta assumono una cadenza lessicale tipica della terra dei propri avi; anche se non hanno mai frequentato parenti che ancora abitano il paese di origine. Figure abilissime con i numeri, con le note, con il disegno, senza avere mai avuto un insegnante. Ancora, individui che soffrono di strane paure, del tutto irrazionali. Tutti questi esempi possono essere spiegati con particolari geni che, praticamente, sarebbero in grado di veicolare ciò che hanno assimilato i nostri antenati.

In campo animale si parla di istinto. Ancora ci si chiede come facciano le tartarughe marine a sapere che appena nate devono dirigersi verso il mare, come gli uccelli conoscano perfettamente la rotta migratoria anche se hanno appena imparato a volare. A proposito, esistono test in cui sono stati fatti accoppiare animali che migravano in una direzione, e altri che si muovevano dalla parte opposta. I giovani, incredibilmente, affrontavano una rotta a metà strada fra l'una e l'altra. Esperimenti sono stati compiuti anche sui roditori e sui vermi. Topi adulti hanno mostrato di sapere memorizzare la strada giusta per raggiugere la meta in un labirinto e la prole, senza avere mai avuto prima contatto con lo stesso dedalo, è stata capace di fare altrettanto.

Uno studio sui vermi condotto a Tel Aviv ha verificato la trasmissione di piccoli frammenti di Rna (uno dei due acidi nucleici fondamentali presenti nel nucleo delle cellule, l'altro è il Dna) da una generazione all'altra; legati a condizioni di stress. Analogamente potrebbe accadere nell'uomo, per ciò che riguarda episodi traumatici o la memoria di infezioni particolarmente aggressive. In questo modo la genetica «informa» i nascituri di un pericolo che c'è stato e che potrebbe essere gestito meglio. Esempi pratici: l'Olocausto, la febbre Spagnola, carestie storiche come quella delle patate che colpì l'Irlanda nell'Ottocento. Gli esperti ritengono che questi patimenti vissuti dai nostri progenitori possano essere giunti fino a noi, inscritti negli acidi nucleici, offrendoci maggiori chance di sopravvivenza. Li chiamano traumi transgenerazionali, che possono per esempio essere rivissuti durante l'attività onirica. Ma è lo stesso meccanismo che ci porta a fissare il fuoco incantati e a tenere a debita distanza un innocuo ragnetto. Il riferimento è a ricordi che affondano le radici all'origine del genere umano di fatto giunti fino a noi.

Dall'Homo erectus in poi, l'uomo prese confidenza col fuoco e non se n'è più staccato. Ancora oggi, nonostante sistemi di riscaldamento super moderni, non possiamo fare a meno di crogiolarci al caldo di un camino. Inconsapevolmente predisposti a osservare un ricordo che ci è stato tramandato da millenni; quello legato alla necessità di difenderci dagli animali selvatici e all'opportunità di ricavare cibi cotti e saporiti. Mentre il contatto con i ragni e gli insetti ci suggerisce che in passato abbiamo dovuto difenderci da questi artropodi che potevano infilarsi da tutte le parti, provocando dolorose punture e, talvolta, pericolose infezioni. Le palafitte o le terramare offrirono un modo più redditizio di isolarsi dall'umidità e dagli ospiti indesiderati, tuttavia per secoli e secoli i nostri progenitori hanno vissuto a stretto contatto con la terra nuda. E' dunque da questa constatazione che potrebbe partire la disanima su molte fobie.

Quella dei ragni si chiama aracnofobia. Ci sono poi l'acluofobia (paura del buio), la ceraunofobia (tuoni), l'entomobofia (insetti). Oggettivamente paure che non hanno più senso di esistere, ma che evidentemente sono state registrate dal nostro Dna, che le continua a veicolare di padre in figlio. L'incantesimo, prevedibilmente, si spezzerà con l'evoluzione futura; quando la nostra specie andrà incontro a nuove esigenze o a nuovi traumi da rielaborare. E' il campo dell'epigenetica, una scienza che racconta come l'uomo, dalla sua comparsa, sia fortemente cambiato senza però perdere i ricordi.