Un uomo nascosto dietro il suo volto

Una rassegna ad Aosta sulla pittura vista come indagine psicologica

Sguardi, cipigli, sorrisi, bronci, mugugni: una carrellata di espressioni dal 1500 a oggi. Centosessanta volti che guardano al di là di tavole, tele, marmi, o altri materiali, a raccontarci caratteri, stati d’animo, sogni, ambizioni, condizioni sociali. Siamo sempre noi, che per oltre cinque secoli ci raccontiamo attraverso i ritratti. E, adesso, ci guardiamo e cerchiamo di scoprire, al di là dell’immagine, cosa passava per la testa del nostro avo.
Un’ennesima mostra sul ritratto: «Il Ritratto interiore. Da Lotto a Pirandello» è il titolo. Vittorio Sgarbi è il curatore, che spiega all’inizio del catalogo (Skira), che l’idea di un approfondimento sull’“interiorità” dell’effigiato gli è venuta mentre stava preparando un’altra mostra sul ritratto, quella siciliana. Così, al Museo Archeologico Regionale di Aosta, passano adesso non più i personaggi, ma le persone, con i loro segreti. Opere di grandi artisti, da Lotto a Tiziano, da Cigoli a Guercino, da Pitocchetto a Oppi a Pirandello a tanti altri, ma anche di artisti meno noti. Capolavori e opere inedite. Il nostro sguardo può spaziare e cercare caratteri e moti dell’animo nella psicologia altrui e confrontarsi.
Guardiamo, ad esempio, uno straordinario ritratto attribuito a Lorenzo Lotto, e identificato con quello richiesto al pittore nel 1551 dal nobile anconetano Ludovico Grazioli: un sobrio signore imberrettato, vestito di scuro, una mano stretta sul lembo del mantello, congiunta all’altra con un pizzico d’imbarazzo. Anche lo sguardo, tranquillo, non riesce a nascondere un velo di timidezza. È in posa, di fronte al pittore, per farsi immortalare a futura memoria, come recita la scritta a destra: «Pro Posteris Memoria Patris...». Ed ecco che un documento ci spiega lo stato d’animo. Nel Libro dei Conti di Lorenzo Lotto, alla data 10 ottobre 1551, Ludovico Grazioli, che aveva prestato denaro all’artista, gli chiede di fare un suo ritratto e di «esser ben servito per lassar ali soi eredi memoria di sé, vedendolo», con la promessa di un lauto pagamento. Purtroppo gli eredi, anziché apprezzare, tirarono sul prezzo del ritratto, riducendolo di un decimo del prezzo pattuito.
Il letterato e umanista padovano Sperone Speroni è ritratto da Tiziano all’età di quarantaquattro anni, come testimonia un’iscrizione sulla tela. Alto, magro, vestito di nero con «panni lunghissimi da filosofo», colletto di pelliccia grigio scuro, la bella mano appoggiata su un prezioso orologio da tavola, a sottolineare il tempo che fugge, è l’immagine della malinconia. E, a spulciare tra le fonti, viene fuori che Speroni era un tipo «ad umor malinconico» e che all’epoca del ritratto era appena guarito da una gravissima malattia che lo aveva portato in punto di morte, come ricordava nel 1545 Pietro Aretino. Si comprende così quell’occhiata triste del filosofo che, sfiorando l’orologio, ci racconta la precarietà dell’esistenza.
Ben più pratico e terreno il leguleio identificato con Francesco Righetti di Cento, vissuto dal 1595 al 1673, ritratto da Guercino. Sanguigno, ambiguo, il collettone di organza bianco, i baffi stirati, è ritratto tra i suoi libri di diritto, oggi tutti puntualmente identificati. La leggera smorfia non è per niente convincente: deve essere stato un terribile Azzeccagarbugli e Guercino ce lo ha restituito così. Ecclesiastici e gentiluomini, pingui cardinali e inquieti artisti, vecchie signore agghindate, contadine e principesse, sfilano a raccontarci i loro momenti di vita, che non sono poi così diversi dai nostri, nonostante tutto.
Veniamo a tempi più recenti. Ecco una signora, non bella, stupendamente scolpita in terracotta nel 1811 da Michele Van Lint, un anversese attivo a Pisa, dove muore nel 1829. È Maddalena Andreini, un gran faccione, bonario e deciso, incorniciato da pizzi e trine, fiocchi, cuffie e merletti, che più ne hai più ne metti. Era la moda? Oppure Andreina era una fissata, una freddolosa, un’ambiziosa? Bisognerà studiarla un po’ di più.
E il Novecento? Qui vengono fuori incubi, ansie, crisi esistenziali. È il secolo di Freud, il più problematico per il ritratto. Scavare nella psiche, significa finire in un baratro. Ecco il volto allucinato di un uomo immortalato dal tedesco Oskar Fischer negli anni Quaranta: una cruda obiettività mette a nudo l’angoscia degli anni della guerra. L’Autoritratto di Vito Timmel esprime la follia che porterà il pittore austriaco a finire i suoi giorni in un ospedale psichiatrico. Di grande realismo, i ritratti del pittore Plinio Nomellini e dell’architetto Michelucci. Scolpiti dall’artista pisano Italo Orlandi Griselli, ne descrivono attentamente la psicologia: sembra di vederlo Michelucci, così rivoluzionario sotto una apparente normalità, così determinato, sotto il gentile e arguto sorriso.
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LA MOSTRA
Il Ritratto interiore. Da Lotto a Pirandello Aosta, Museo Archeologico Regionale, sino al 2 ottobre.