Usa e Ue chiedono all’Onu sanzioni contro la Birmania

da Washington

Urgenza e tensione nel mondo oltre che in Birmania. Gli sviluppi drammatici della protesta dei monaci buddhisti, che si è estesa a tutto il Paese, hanno trovato una eco immediata, una volta tanto, nel Palazzo di vetro. In una riunione di emergenza il Consiglio di sicurezza ha affrontato ieri il «caso Myanmar» su richiesta congiunta degli Usa e dell’Unione europea, sottoscritta da tutti i suoi 27 Paesi membri. Il testo è stato in gran parte elaborato dal ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, un vecchio campione dei diritti umani, fondatore fra l’altro di Médecins sans frontières.
Dal Palazzo di vetro una dura critica giunge anche dai ministri degli Esteri del G8, che si dicono «profondamente preoccupati per la situazione e condannano ogni forma di violenza contro i manifestanti pacifici»
Le parole scelte sono molto dure, le proposte si concentrano su nuove, inasprite sanzioni economiche e su un ulteriore isolamento internazionale del regime. In favore si sono espressi con particolare forza il primo ministro britannico Gordon Brown («è finita l’epoca dell’impunità per chi viola i diritti umani. Dobbiamo promulgare le sanzioni più ampie possibili») e il presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha invitato tutte le aziende francesi ad astenersi dagli investimenti in Birmania.
Si sono attivate anche le diplomazie degli altri Paesi del Sud Est Asiatico, a cominciare da Singapore, un «nano demografico» che ha un ruolo politico perché presiede in questo momento il concilio per l’Asia Sud Orientale e che è soprattutto una piccola «superpotenza» finanziaria in quella Regione.
Il dibattito del Consiglio di sicurezza si è però concentrato sull’atteggiamento di tre Paesi, due dei quali membri permanenti, la Russia e la Cina. Mosca e Pechino avevano finora frenato ogni concreta iniziativa dell’Onu sulla Birmania, in nome della loro tradizionale ostilità alle «ingerenze straniere nella politica interna di uno Stato membro». Ma la drammatica sequenza degli avvenimenti a Yangon ha reso più difficile, e meno scusabile, una tattica dilatoria.
Nonostante le misure del regime, le informazioni hanno continuato a fluire per tutta la giornata dalla Birmania a New York, seguendo una preoccupante escalation. I primi morti nell’ex capitale (il governo si è di recente trasferito in una piccola città più remota e meglio difendibile), l’uso delle armi da fuoco, le cariche della polizia militare e la continuata sfida non solo nella vecchia Rangoon ma un po’ ovunque.
E lo sviluppo che potrebbe essere anche decisivo: la popolazione, i «laici», ha cominciato a scendere in piazza assieme ai monaci buddhisti. Anzi, a proteggerli, costituendo, nei cortei di decine di migliaia di persone, una specie di cordone di sicurezza: al centro i bonzi nelle loro «toghe» color zafferano e i civili attorno, a ricevere le cariche della polizia di regime.
Gli esperti americani sul Sud Est Asiatico prevedono ora la possibilità che si arrivi, nei prossimi giorni, a uno scontro frontale «fra le due sole istituzioni abbastanza forti da mobilitare l’intera Birmania: l’esercito e il buddhismo. Se si arriverà allo scontro una delle due dovrà fare concessioni o, più probabilmente crollare. La scelta tocca al regime: se si estenderà l’uso della violenza contro i monaci (che sono molte migliaia) incorrerà nel rischio di innescare una guerra civile».