Usa e Vaticano Un matrimonio con baruffe

Nel Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi, Peppone non ha dubbi: Vaticano e Stati Uniti sono la stessa cosa, quasi si confondono nell’identità degli scopi che perseguono, il principale dei quali è la lotta al comunismo. La vittoria conseguita da Giovanni Paolo II e da Reagan sull’Urss, parrebbe confortare la tesi dell’esistenza di un’alleanza di fondo sulla quale sarebbero costruiti i rapporti fra la più grande organizzazione spirituale del pianeta e la maggior potenza economico-militare. In realtà le cose stanno in maniera diversa. Per rendersi conto della situazione risulta interessante la lettura di Imperi paralleli di Massimo Franco (Mondatori). Il libro fa la storia dei rapporti diplomatici, ma anche politici e culturali, fra Vaticano e Usa a partire dalle origini, che non furono idilliache: a proposito del possibile invio di un Nunzio apostolico - «o, in altre parole, di un tiranno ecclesiastico che, si spera, gli Stati Uniti saranno abbastanza saggi da non far entrare mai nel proprio territorio» - John Adams, successore di Washington, esprimeva con questa durezza il proprio dissenso.
In effetti il primo approccio diplomatico si rivelò rovinoso. Nel 1853 il cardinale Gaetano Bedini fu per tre mesi negli Stati Uniti proprio con l’incarico di gettare le basi per la costruzioni dei rapporti fra i due governi, ma la sua missione si risolse in un gigantesco fallimento: in pratica dovette lasciare New York in incognito, dopo essere stato contestato duramente. Il problema stava in una profonda distanza culturale. Molti degli emigranti statunitensi erano in fuga da un sistema del quale ritenevano la Chiesa fosse una componente importante. Non volevano in nessun modo che si riproducesse oltre Oceano una società simile a quella che avevano lasciato in Europa. A questa diffidenza originaria si aggiunsero altri elementi di criticità: ad esempio il fatto che l’immigrazione cattolica, prima irlandese poi italiana, fosse di livello sociale basso, e questo comportava l’avversione nei confronti dei settori deboli della società, e più esposti alle infiltrazioni criminali. Solo nel 1984 Vaticano e Usa si scambiarono per la prima volta gli ambasciatori, iniziando così regolari rapporti diplomatici. Il libro di Franco utilizza però la ricostruzione storica dei rapporti come una sorta di grande fondale esplicativo contro il quale fare agire i personaggi della contemporaneità, da Clinton a Giovanni Paolo II, da Condoleezza Rice al cardinal Laghi, tutti impegnati nella gestione delle crisi mondiali che hanno seguito la fine del bipolarismo e l’11 settembre 2001.
Negli Stati Uniti si sono spente le preoccupazioni per il potere temporale dei «papisti» e per le loro possibili ingerenze nella politica interna della nazione, ma questo non significa affatto che esista un pieno accordo fra Vaticano e Washington, tutt’altro. Il «nodo» sta nella diversa percezione esistente fra Chiesa e Usa della situazione strategica mondiale. La stessa visione dei rapporti interculturali è valutata diversamente: Bush legge la situazione attuale come conflitto di civiltà, cosa invece rifiutata da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. La posizione di contrarietà alla guerra della Chiesa è stata confermata in occasione dell’intervento in Irak, a proposito del quale Franco fornisce particolari inediti sulla missione svolta presso il governo americano dal cardinale Laghi nel tentativo di scongiurare il conflitto. L’emissario del Papa si incontrò prima con Bush, che più che ascoltare insistè per spiegare la propria posizione, poi ebbe un confronto con Powell, che alle obiezioni sulle incertezze insite in ogni guerra rispose: «E lo dice a me che sono un generale e so cos’è la guerra?». Infine fu congedato dal generale Pace con parole piuttosto infelici: «Non si preoccupi Eminenza. Quello che stiamo per fare sarà portato a termine presto e bene».