Gli Usa: ora è più difficile aprire agli ayatollah

Continuiamo a stare dalla parte di quelli che chiedono più libertà per il popolo iraniano», ha dichiarato dalla Casa Bianca la portavoce, Maria Tamburri, a poche ore dai risultati definitivi delle elezioni presidenziali che hanno incoronato Mahmoud Ahmadinejad nuovo presidente dell’Iran. Il disappunto di Washington è palpabile, il risultato delle elezioni presidenziali iraniane ha sorpreso gli Stati Uniti e crea nuovi timori per il futuro dell’area. Già venerdì sera, quando la tendenza degli elettori cominciava a delinearsi, il Dipartimento di Stato americano aveva definito l’Iran un Paese «sfasato» rispetto alla tendenza verso la libertà che anima la regione. La delusione è evidente, specie riguardo alla conduzione delle operazioni di voto: «Sosteniamo fermamente elezioni libere e giuste, che permettano agli iraniani di esprimere la loro volontà», ha aggiunto la portavoce riferendosi polemicamente ai dubbi sui presunti brogli del primo turno. Il voto di ieri a Teheran, la sconfitta del leader Hashemi Rafsanjani - che aveva mostrato segnali di apertura verso gli Usa - sembra insomma aver smorzato le ultime speranze e aspettative di dialogo dell’amministrazione americana con il regime degli ayatollah. Ma la preoccupazione principale della comunità internazionale, che ora attende le prime mosse della nuova presidenza, si riversa sui due temi scottanti: i diritti umani e il nucleare. L’Unione Europea si è detta «pronta a lavorare con qualsiasi governo che sia aperto a progressi sui diritti dell’uomo, sul nucleare e su altri problemi», ha detto un portavoce di Javier Solana, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. «Ci aspettiamo che il nuovo presidente tenga conto delle chiare richieste del popolo iracheno per riforme democratiche, rispetto dei diritti umani e rispetto dello Stato di diritto», ha commentato la Commissione europea. Poi di nuovo il riferimento alla manipolazione del voto: le proteste su presunti brogli «vanno prese sul serio e dovrebbero essere affrontate in modo rapido e trasparente per non danneggiare la credibilità del processo elettorale». Duro l’affondo che arriva da Berlino: il ministro degli Esteri Joschka Fischer ha denunciato «notevoli carenze» nel sistema elettorale e ha chiesto che l’Iran fornisca «garanzie obiettive» sul suo porgramma nucleare, perché venga usato esclusivamente a fini pacifici. A insistere sul nucleare sono i più importanti governi europei: da Londra, il ministro degli Esteri Jack Straw «spera» che l’Iran prenderà «misure rapide per rispondere ai timori della comunità internazionale», un augurio confermato anche dal ministero degli Esteri giapponese. Un appello al dialogo arriva da Parigi: il rappresentante della diplomazia francese, Philippe Douste-Blazy, ha promesso che gli sforzi europei affinché Teheran interrompa le sue attività nucleari continueranno. Fuori dal coro le voci di Russia e Kuwait. Il presidente Vladimir Putin si congratula col nuovo presidente e si dice pronto ad ampliare la sua cooperazione nel settore dell’energia atomica.

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