Usa, tutti gli errori dei consiglieri di Bush

Dall’11 settembre la politica estera degli Stati Uniti in Irak e Afghanistan ha fatto scelte rivelatesi dannose, ma la colpa non è da attribuire soltanto al presidente

Esistono verità particolarmente dolorose per chi, da sempre, vede negli Stati Uniti non solo il nostro alleato più prezioso ma una democrazia esemplare, anche, se non soprattutto, nel gestire le difficoltà e gli errori. L’America dal dopoguerra ad oggi ha sbagliato più di una volta, ma da ogni crisi è uscita più forte di prima. Da qualche tempo ciò non accade più. La fonte dei problemi è nota a tutti: l’11 settembre, che ha sconvolto il Paese, inducendo la Casa Bianca a intraprendere una politica estera aggressiva, invadente, caratterizzata dal desiderio di estirpare il terrorismo e al contempo di esportare la democrazia in tutto il Medio Oriente; con i risultati purtroppo ben noti: l’Irak è un disastro, la lotta contro i talebani in Afghanistan incompiuta, Bin Laden è ancora libero, la Palestina una polveriera, l’Ucraina e la Georgia in bilico, mentre il prestigio e l’influenza degli Usa nel mondo sono ai minimi storici; al punto che persino Paesi come l’Iran e la Corea del Nord, possono permettersi di resistere alle pressioni. L’America resta la superpotenza, ma non fa più paura.
Com’è possibile che una squadra di governo collaudata, esperta, preparata sui grandi dossier internazionali si sia lasciata trascinare in questo vortice? Addossare tutte le colpe a Bush è riduttivo: chi conosce i meccanismi di potere alla Casa Bianca sa perfettamente che le scelte strategiche sono frutto di un processo che concede al presidente l’ultima parola, ma in cui il lavoro preliminare di analisi e presentazione è determinante. Per dirla in altri termini: se i consiglieri descrivono una realtà, ad esempio quella irachena, in un certo modo, minimizzando od omettendo dettagli e valutazioni importanti, il presidente prenderà una decisione che anziché essere equa e ponderata, è orientata preliminarmente. Se poi i dossier rafforzano un’opinione già esistente (nel caso dell’Irak il desiderio di regolare i conti con Saddam Hussein) è evidente che i checks and balances, ovvero i pesi e i contrappesi, tipici dell’architettura istituzionale Usa vengono aggirati.
Pertanto per capire i passi falsi commessi dagli Usa non bisogna limitarsi ad analizzare il comportamento di Bush, ma occorre ricostruire innanzitutto le mosse e le intenzioni dei suoi principali collaboratori, come il vicepresidente Dick Cheney, l’attuale segretario di Stato Condoleezza Rice, l’ex ministro della Difesa Donald Rumsfeld, il suo ex vice Paul Wolfowitz.
Un giornalista italiano, Alberto Simoni, nel saggio Cambio di rotta. La dottrina Bush e la crisi della supremazia americana (Lindau, pagg. 256, euro 19) ci è riuscito. Con taglio scorrevole permette di scoprire perché gli Usa sono finiti nel pantano iracheno, incrinando il lustro del loro esercito. Simoni non è certo un antiamericano e questo rafforza la credibilità del suo racconto, che si avvale anche di testimonianze inedite.
Saggiamente si propone di spiegare i fatti senza anteporre giudizi. Simoni si limita a un auspicio: che Bush, oggi screditato, possa essere rivalutato, come già accaduto 60 anni fa a Harry Truman ovvero che gli storici possano considerare la guerra al terrorismo lungimirante come lo fu quella al comunismo sovietico. Ma è l’unica nota di speranza di un saggio che allo stesso Bush proprio non fa sconti.