Le utili prediche di Einaudi su inflazione e risparmio

Adotta senza dubbio una prospettiva originale, l’ultima monografia dedicata a Luigi Einaudi, esaminato stavolta non tanto nelle sue teorie economiche, quanto come intellettuale militante: commentatore, uomo politico, opinionista. Scritto da Giovanni Farese, questo Luigi Einaudi. Un economista nella vita pubblica (Rubbettino, pagg. 154, euro 13) è non soltanto gradevole alla lettura, ma offre pure un’analisi complessivamente convincente del ruolo che lo studioso piemontese ha giocato sulla scena italiana del ’900.
Non è neppure escluso che in futuro questo protagonista delle scienze sociali possa essere sempre più valorizzato in tale chiave: non già quale studioso puro e nemmeno quale statista (sebbene sia stato ministro e perfino presidente della Repubblica), ma semmai come interprete di primo piano del dibattito civile italiano del XX secolo. Tanto più che anche l’Einaudi scienziato ha spesso elaborato la propria riflessione sulla base di esperienze e dati storici, e ugualmente è stato spinto a leggere la cronaca muovendo da un ben preciso background scientifico. In questo senso, è interessante notare come il volume sia stato scritto da chi, come Farese, non condivide talune scelte di Einaudi e gli rimprovera, a esempio, di non aver saputo «cogliere la carica riformatrice di Keynes e del welfare state». Anche alla luce del disastro economico e sociale che stiamo vivendo, è difficile sottoscrivere questa critica indirizzata all’autore de Il buongoverno, che semmai ha più volte avuto cedimenti di segno opposto: accettando le logiche redistributive degli «uguali punti di partenza» o aprendo la strada all’interventismo della legislazione detta «anti-monopolistica».
Una parte del prestigio di questo studioso penso provenga dal suo forte senso della realtà. Il volume illustra bene come Einaudi vada collocato entro una «scuola italiana» (da Galiani ai Verri, a Cattaneo) che ha sempre collegato la ricerca teorica e l’attenzione al reale. Proprio la volontà di impegnarsi a favore del Buongoverno ha fatto di Einaudi, fin da giovane, un attento analista dell’agricoltura piemontese o della legislazione inglese in tema di dazi. I suoi primi passi di studioso, sotto la guida di Salvatore Cognetti de Martiis (nel Laboratorio di economia politica di Torino), lo portano a compiere una minuziosa ricerca sulla distribuzione della proprietà a Dogliani, ma questa passione per i fatti lo guiderà sempre e ne farà, non a caso, uno tra i commentatori più acuti e influenti: sulla Stampa prima, e sul Corriere poi.
Questo non significa che il suo sia stato un pragmatismo senza principî, poiché in lui alcuni capisaldi della teoria liberale sono ben fermi. Anche se l’impegno come opinionista e la stessa militanza politica l’hanno spesso distratto dagli studi, è indubbio che egli sia stato assai rigoroso, a esempio, nel rigettare la logica inflazionistica di quanti credevano (e c’è ancora chi dà credito a queste favole) che si possano risolvere i problemi economici con la semplice espansione monetaria. Oltre a ciò, egli fu sempre nemico del protezionismo e oggi avrebbe parole molte dure con quanti sarebbero lieti di sbarrare la strada dei mercati europei ai prodotti indiani o cinesi.
Einaudi conosceva bene i fondamentali dell’economia libera e per questo rigettò protezionismo e keynesismo. Ma nelle sue prese di posizione è anche chiaro come la scienza economica sia parte di una più ampia riflessione morale. L’inflazione non è soltanto un cancro per la vita produttiva, ma è pure la premessa per la fine del risparmio: e quando la moneta è moltiplicata grazie a tassi di interesse artificiosamente bassi (come sta avvenendo, un po’ ovunque, ai giorni nostri) non soltanto si distrugge l’economia, ma si disincentiva il risparmio e l’accumulo di capitale. Tutti iniziano a vivere nel breve periodo, spinti a consumare e a indebitarsi, finendo in una spirale che dissolve il tessuto produttivo ma al tempo stesso, e prima ancora, quello sociale. Einaudi aveva ben chiaro come il «patrimonio» non sia solo un dato economico, ma rappresenti pure un’istituzione fondamentale posta a difesa della famiglia.
In migliaia di articoli, Einaudi ha sempre promosso questa visione del liberalismo. E nonostante ciò che egli stesso ebbe a dire, dobbiamo ammettere che le sue non furono prediche del tutto inutili e che una parte significativa del successo italiano del dopoguerra è proprio da accreditare a quella moralità diffusa che, in un’Italia che oggi non c’è più, egli seppe interpretare con grande decenza.