Le nuove vacanze dei nababbi: check up e hotel a 5 stelle

Sempre più stranieri, soprattutto russi e arabi, vengono da noi con pacchetti tutto compreso: dallo svago alla cura

Soggiorno a Venezia, hotel 5 stelle e trasferimento in pullman in clinica per un check-up completo. La formula che intreccia turismo e prevenzione sembra piacere molto agli stranieri. Soprattutto a russi, arabi e svizzeri che, assieme alla vacanza di una settimana in Italia, prenotano anche visite, esami di controllo e interventi chirurgici. Tutto in un unico pacchetto proposto dalle agenzie di viaggio.

Negli ultimi anni si è del tutto ribaltata la vecchia idea di turismo sanitario low cost, quello che registrava la fuga di migliaia di italiani oltre confine per farsi sistemare i denti a poco prezzo. Ora il flusso dei pazienti-turisti si è invertito: punta dritto all'Italia e non mira affatto alle cure a basso costo, anzi. Al momento i pazienti stranieri in Italia sono solamente 5mila ma potrebbero diventare molti di più. In base alle stime della società di consulenza di mercato Deloitte, i soldi che i russi portano nel nostro Paese con le «vacanze mediche» ammontano a 1,4 miliardi di dollari l'anno e un russo su quattro decide di lasciare il paese per cercare un'assistenza sanitaria migliore, pronto a spendere soldi. Parecchi soldi. Per l'associazione Patients Beyond Borders i pazienti coinvolti in viaggi della salute in tutto il mondo sono 14 milioni, per un fatturato tra i 45 e i 72 miliardi di dollari. La Medical tourism association stima addirittura un giro d'affari di 100 miliardi calcolando i viaggi sanitari in tutti i paesi, dalla Thailandia al Messico, dalla Malesia al Giappone. In sintesi: l'Italia ha di fronte un'occasione golosa per attirare turisti-pazienti con una disponibilità economica elevata. E può far leva su due specialità tipiche del Paese: la sanità, che non ha nulla da invidiare a quella degli altri stati, e le città d'arte, metà da sogno per tutto il mondo.

A CACCIA DI RUSSI E SCEICCHI

L'opportunità per ora è stata colta dalla sanità privata. Uno dei primi a sfruttare anche il potenziale turistico per attrarre stranieri nelle sue cliniche è stato Vincenzo Papes, alla guida del centro di medicina di Treviso: cinque anni fa ha partecipato alla fiera Med Show di Mosca ed ha cominciato a proporre pacchetti visita-vacanza assieme agli operatori turistici. Il manager veneto non è il solo ad avere fiutato il business. L'imprenditore emiliano Giorgio Ricci, con uno staff di medici e tour operator russi e arabi, si impegna a rispondere via email in 48 ore a chi vuole andare a curarsi in Emilia Romagna: il paziente-turista deve compilare due moduli, uno con i problemi di salute, l'altro con i desiderata per le sue visite culturali. La sua start-up Turisalus ha anche collaborato con l'assessorato al Turismo dell'Emilia Romagna per fondare un dipartimento per il turismo sanitario, cioè per creare un unico sportello di accesso alle cliniche e agli hotel. Il cliente-paziente non deve far altro che comunicare le cure di cui necessita e i luoghi turistici che vorrebbe vistare. E voilà: riceverà un pacchetto personalizzato all inclusive.

I colossi della sanità privata non stanno certo a guardare: nel 2015 il gruppo ospedaliero Humanitas di Milano ha siglato un accordo con la compagnia assicurativa sanitaria Daman, controllata dal governo di Abu Dhabi. Così, oggi, tre milioni di titolari dell'assicurazione degli Emirati Arabi e degli altri Paesi del Golfo Persico possono farsi curare nelle strutture dell'imprenditore Gianfelice Rocca, che conta circa mille pazienti stranieri all'anno, con una crescita del 20% all'anno. Il gruppo San Donato della famiglia Rotelli è volato fino a Dubai. Nel cuore della città, al distretto sanitario di Healthcare City, ha aperto una sede di rappresentanza per intercettare le richieste sanitarie e far conoscere le varie possibilità di cura e diagnosi: ogni anno circa 900 pazienti arrivano da oltre confine per farsi visitare dagli specialisti del San Raffaele e degli altri ospedali del gruppo. Gli imprenditori sanitari cercano di mettersi in vetrina anche su varie piattaforme on line, come nel caso dell'ospedale Careggi di Firenze o del polo cardiologico Monzino di Milano.

EFFETTO ZAVORRA

Tuttavia, perché la sanità (privata e non) italiana decolli sul serio ci sono alcuni ostacoli da superare. Due in particolare: il problema dei visti medici e quello dell'Iva, che rischiano di diventare due zavorre burocratiche tali da ostacolare i flussi e ammazzare l'appeal delle nostre cliniche. Da qui la battaglia di Assolombarda. L'imprenditrice della sanità Diana Bracco, in qualità di guida del cluster tecnologico nazionale Scienze della vita Alisei, ha perfino scritto una lettera al ministro uscente alla Sanità Beatrice Lorenzin e al ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda denunciando le difficoltà dei pazienti non europei ad avere il via libera per farsi visitare in Italia: troppe pratiche, soprattutto quando il paese di provenienza è nella black list di quelli a rischio terrorismo, Libia in testa. Va bene la sicurezza, purché non si arrivi a disincentivare la mobilità sanitaria e affossare un mercato nascente che, potenzialmente, potrebbe perfino essere utile a rimpinguare i bilanci sanitari in un momento in cui i finanziamenti pubblici sono a crescita zero. Di fatto, perché uno straniero ottenga il visto medico (più veloce da ottenere rispetto a quello turistico per mere ragioni di urgenza sanitaria), serve che dichiari la struttura prescelta per le cure o l'operazione, la data di inizio terapia e la durata presumibile della degenza. In base a queste informazioni si calcola il periodo del suo soggiorno. Tuttavia spesso serve una permanenza più lunga delle previsioni.

«Ci vuole molta più flessibilità - sostiene lo stesso Gabriele Pelissero, presidente del gruppo sanità di Assolombarda e alla guida dell'Aiop, l'associazione degli ospedali privati - da questo punto di vista l'Italia non è ancora friendly. Il visto sanitario non tiene in considerazione eventuali complicazioni post operatorie. Non possiamo di certo stare con l'orologio in mano e dire al paziente di tornarsene a casa dopo 21 giorni esatti. Per di più, la prudenza deve essere maggiore perché, una volta lontano, il paziente non torna più e non può essere piú visitato dallo stesso medico che l'ha operato».

IL NODO DELL'IVA

Altro nodo da sciogliere: il pagamento dell'Iva sulla prestazione sanitaria per gli stranieri. In Italia ammonta al 22% quando ad esempio in Germania equivale a zero. Concedere il rimborso a chi arriva da oltre confine è una delle principali richieste avanzate dagli operatori per non essere penalizzati sullo scenario internazionale. «Un trattamento medico è una prestazione erogata in Italia di cui il paziente gode una volta tornato a casa - afferma Gabriele Pelissero - In altri Paesi, come la Germania, questo principio è riconosciuto ma non Italia. Oggi uno straniero può recuperare l'imposta su una borsa o un paio di scarpe, ma non su una protesi d'anca. Le regole vanno cambiate, anche in luce del fatto che l'Iva sui pazienti stranieri porta nelle casse dello Stato solo qualche milione di euro. Poca cosa, insomma, rispetto all'ostacolo che crea impedendo alla filiera sanitaria di crescere». Snellendo le tempistiche delle pratiche, la sanità per stranieri potrebbe ingranare la quinta. Confindustria sta lavorando assieme al ministero all'Economia proprio per questo, consapevole del fatto che nel settore si potrebbero creare fino a 9mila posti di lavoro per i giovani.

LE CURE RICHIESTE

Tra le cure principali chieste da sceicchi e ricchi signorotti russi, ci sono gli interventi ortopedici, a cominciare dalla protesi all'anca, alla spalla e ginocchio, fino alle visite e alle operazioni oculistiche. I medici italiani sono molto quotati anche per la prevenzione, soprattutto quando si tratta di problemi oncologici. I più facoltosi vengono nelle strutture italiane anche solo per una mammografia e poi prenotano la settimana bianca o il week end lungo sui laghi. Tra i luoghi più quotati ci sono Bolzano, che ha registrato una crescita dei pazienti stranieri del 2%, la Valle d'Aosta, Trento, la Liguria, la Puglia e la Toscana.