Valeria Golino: «A quarant’anni mi vergogno a recitare nuda»

Al Festival di Taormina l’attrice racconta «Sole nero»

Lucio Giordano

da Taormina

Nudi. E così sia. È stato l’imperativo di Krzysztof Zanussi a Valeria Golino e Lorenzo Balducci, che li dirige in Il sole nero. Per il primo quarto d’ora dunque i due recitano come mamma li ha fatti: «Sia io sia Lorenzo eravamo più preoccupati di attraversare il set indenni dagli sguardi della troupe che di recitare bene la parte», racconta divertita la Golino, a Taormina dove è ospite del Film Festival, e dove è stato presentato La guerra di Mario: più che un lungometraggio, un pugno nello stomaco sul problema delle adozioni, diretto da Antonio Capuano e uscito ingiustamente dal circuito e dalle sale nel giro di pochi giorni.
Suda Valeria. E non solo per i quaranta gradi all’ombra sulla terrazza dell’albergo che la ospita: «Trovo sempre imbarazzo a girare svestita - spiega -, non riesco proprio ad abituarmi all’idea. Ancora di più adesso che ho compiuto 40 anni, ho timore di mostrare il mio corpo». «Tu e Lorenzo - la corregge Zanussi, seduto al suo fianco insieme ad Elisabetta, la moglie - siete giovani e belli. Il nudo poi è una cosa naturale che nella storia ha una simbologia ben precisa: il candore, l’innocenza dell’amore dei due protagonisti, Agata e Manfredi».
Che si amano dall’infanzia, si sono sposati con gioia e con gioia vivono il matrimonio. Fino a quando lui viene ucciso. Agata si mette allora sulle tracce dell’assassino per vendicarsi, mentre il suo cervello, per il dolore, comincia a perdere colpi. «Il film - continua Zanussi - è ispirato a un fatto di cronaca accaduto una ventina d’anni fa in Sicilia. Io ho cercato di non raccontare una storia ancorata alla realtà, ma ho preferito presentarla con degli accenti surreali, come surreale è la tragicità dell’amore perduto». «Ed è surreale anche la follia di questa donna - precisa la Golino - che considero un’eroina romantica che vive un dolore più grande di lei». Fine del ping pong: il maestro ha sonno, saluta tutti e va a schiacciare un pisolino, proprio mentre l’Italia segna il primo gol alla Repubblica Ceca.
L’ultimo ciak de Il sole nero, cinque settimane di lavorazione, è stato battuto due giorni fa a Catania. Il film dovrebbe essere nelle sale con il nuovo anno. Non perderemo però l’abitudine di vedere la Golino al cinema. È da un anno che non si riposa: «È vero - dice lei - ho interpretato diversi film quest’anno». Urgenza di dimostrare qualcosa? «No, nessuna urgenza di lavorare, di esserci. Semplicemente mi hanno proposto ruoli per me irrinunciabili, altrimenti sarei stata ferma anche otto mesi, come mi è capitato un paio d’anni fa».
Ricapitolando: Valeria è una delle interpreti di A casa tua, in cui veste i panni di un capitano della Finanza che metterà sotto torchio Luca Zingaretti, manager truffaldino. Quindi, prima di girare in ottobre Ricordo di una donna, con Harvey Keitel e Bruno Ganz, il nuovo film di Theo Anghelopulos in cui è una donna contesa da due uomini, per una cavalcata lunga cinquant’anni nella Grecia dell’ultimo secolo, sarà una parrucchiera nella Caserta degli anni Settanta in Lascia perdere Johnny, esordio alla regia di Fabrizio Bentivoglio: «Tutti film duri - precisa la Golino -. Con la Comencini sembro un maschiaccio, con Bentivoglio interpreto una donna piena di problemi esistenziali che ha per protagonista l’educazione sentimentale di un ragazzino orfano di padre e che sogna di diventare un cantante rock. Dopo il periodo americano delle commedie, alla Hot Shots, questa è proprio una fase professionale pesante».
Poca leggerezza interpretativa, tante singolari coincidenze. La Grecia è la patria di sua madre, Bentivoglio il suo fidanzato storico. Dieci anni insieme, e ora un film insieme: «Ci siamo lasciati nel 2002 - spiega la Golino - ma i nostri rapporti sono rimasti civili. Per questo so che non avrò problemi a lavorare con lui. Fabrizio, in fondo, è la mia famiglia».
Gli anni della loro storia hanno coinciso con l’avventura di Valeria a Hollywood. Nostalgie di quel periodo, signora? «Abbastanza. Tanto che a Los Angeles ci torno almeno due volte l’anno. Ma se non mi offrono cose interessanti, che ci sto a fare?».