VARGAS LLOSA Le città della memoria

Lima e Santiago, Londra e Tokio, Madrid e Parigi: una vasta geografia dei sentimenti

Il successo editoriale che sta ottenendo l’ultimo romanzo di Mario Vargas Llosa, Travesuras de la niña mala (Alfaguara, pagg. 375, euro 19,50 - in uscita in Italia da Einaudi con il titolo La ragazza cattiva), ci spinge a formulare alcune ipotesi che aiutano a comprendere la straordinaria accoglienza riservata al libro. Per esempio, la presenza di due linee antinomiche che sono la vasta geografia planetaria dove si colloca l’azione (Santiago del Cile, Londra, Tokio, Madrid e Parigi come centro di confluenza), e l’unicità del sentimento d’amore (moderno, erotico, voyeuristico), vissuto dal protagonista del romanzo. Cioè, al diffuso cosmopolitismo segnato dai grandi spazi si contrappone una centralità che riconduce all’io narrante, pago del suo grigio tenore di vita. Analogo contrasto deriva dal confronto tra l’accesa passione del personaggio maschile, perseverante oltre ogni limite di comprensione, e la mutevolezza della donna amata, attratta dal calcolo e dall’avidità di una vita agiata. Ci rendiamo conto che tali osservazioni, che interessano soprattutto la struttura del testo, possono non convincere il lettore del libro, poiché numerosi e complessi sono gli elementi contenutistici e gli ingredienti formali che fanno la fortuna del romanzo.
Si tratta di una storia in cui si versa a grandi dosi la biografia dell’autore. A partire dall’inizio del racconto, ubicato nell’elegante quartiere di Miraflores, nella Lima degli anni Cinquanta (in cui è trascorsa l’infanzia di Vargas Llosa), dove i giovani rampolli della capitale frequentano i club esclusivi e si ritrovano la domenica ai matinée del Parque Central. La tappa successiva - sono passati dieci anni - è vissuta dal protagonista a Parigi, epicentro dell’ideologia della contestazione, occasione per lo scrittore peruviano, profondo conoscitore della realtà culturale francese, per condannare l’estremismo confuso e velleitario della lotta di classe di quegli anni. Ricardo - alias il nostro autore - giudica con severità gli illustri maîtres à penser della critica strutturalista (Michel Foucault e Roland Barthes) o decostruttivista (Gilles Deleuze e Jacques Derrida), che cessano di essere creativi per esprimere «arroganti ed esoteriche retoriche», osannate dalle tribù dei loro ammiratori.
Negli anni Settanta Vargas Llosa va a vivere nel quartiere londinese di Earl’s Court, lo stesso del romanzo, dove descrive la nascita della nuova generazione degli hippies, i figli dei fiori, che sostituiscono il precedente impegno dell’ideologia marxista con la richiesta di una maggiore libertà estetica e morale: sesso, costumi, musica, fino a comprendere l’uso della droga. Dieci anni dopo, negli anni Ottanta - continuiamo a seguire il cammino dello scrittore che ora è in Spagna - Ricardo si rifugia a Lavapiés, un popolare quartiere di Madrid, la Madrid della movida, dove assiste alla trasformazione sociale e politica intrapresa dalla Spagna postfranchista.
Il successo del romanzo non proviene però da queste intrusioni sociologiche dettate dalla biografia dell’autore, che fornisce puntigliosi riferimenti sul quadro storico dell’epoca, motivo per alcuni aspri dissensi per il suo contenuto ideologico, ma è legato piuttosto alla tensione narrativa sottesa alla storia sentimentale: la storia di Ricardo Somocurcio, giovane orfano limegno, innamorato di Lily (così si fa chiamare la ragazza), che proviene da una famiglia peruviana di origine popolare, ma finge di essere cilena e frequenta abusivamente il quartiere Miraflores. Una volta scoperto l’inganno, Lily abbandona l’ambiente dorato della capitale e scompare per sempre.
Dieci anni dopo i due si ritrovano a Parigi, dove Ricardo esercita la professione di interprete all’Unesco. A Parigi, Lily si nasconde sotto il nome di battaglia di «Arlette», destinata alla causa cubana. Guerrigliera e, in seguito, moglie di Arnouz, un grigio funzionario francese, che presto abbandona per diventare, nella nuova tappa londinese, sposa di un facoltoso e intrigante uomo d’affari, Mister Richardson. Donna ambiziosa e interessata a raggiungere un’elevata posizione sociale, Otilia (è questo il suo vero nome) continua a cambiare partner e stato sociale, vivendo burrascose storie che dopo Londra la portano a Tokio, bambola passiva di perversi giochi erotici in mano al gangster mafioso Fukuda. Ricardo è disposto a viaggiare come interprete in tutto il mondo per raggiungere l’ingrata amante, ma intanto si chiede: «Chi è, che nome ha, che storia sta vivendo in questa nuova tappa della vita?». L’ultimo appuntamento con la «niña mala» (una donna ormai malata e distrutta fisicamente) avviene a Madrid. L’incontro dei due vecchi amanti rinnova l’antica passione: alla fine Otilia lascerà all’ardente amico (alias Vargas Llosa) un misterioso legato che spiega la nascita del libro.
Fin qui il racconto del romanzo che, si è visto, regala abbondanti dati informativi sul contesto sociologico e culturale dell’epoca, da alcuni considerati troppo esibiti e partigiani. Accusa infondata poiché l’autore ha bisogno di dare spessore sociale e veridicità storica a una vicenda che intreccia memoria e finzione - «un cinquanta per cento di memoria e un altro cinquanta per cento di fantasia», ha confessato. Un feuilleton che mescola biografia, passione, erotismo, ma anche ironia e umorismo; ingredienti che attenuano il drammatismo dei fatti dove, ha dichiarato lo scrittore, «è la prima volta che l’amore è il protagonista assoluto».
Sono chiari i modelli letterari della «niña mala», che aspira a un avvenire dorato: Emma Bovary di Flaubert o Julien Sorel di Stendhal; mentre il giovane Ricardo, traduttore simultaneo di congressi internazionali (un «fantasma», come lo stesso si considera), ricorda il personaggio dello scribacchino del romanzo La zia Julia... o il protagonista de I quaderni di Don Rigoberto, altri due romanzi di Vargas Llosa. Li avvicina un’analoga situazione paradossale, forse più marcata ed esilarante nei primi due romanzi; più sfumata e meno convincente in questo libro a causa dell’ordito artificioso che lega le avventure vissute da Otilia.
Non è comunque difficile seguire la movimentata trama del romanzo, poiché il filo conduttore è assicurato dal commovente amore di Ricardo per la donna, che allinea e salda i bruschi salti dell’azione e della geografia. Il lettore, quello soprattutto di lingua spagnola, può apprezzare la vivacità dei dialoghi, gustare l’uso del dialetto limegno con i suoi stilemi imitanti il parlato; un lessico ricco di timbri locali ed echi interni. In Travesuras de la niña mala s’impone la forza di una scrittura che regala pagine di straordinaria bellezza, in cui l’autore, in un contesto storico che lambisce l’attualità, presenta una storia d’amore (dove si specchia anche l’ideologia e la biografia di Vargas Llosa) poco credibile nello sviluppo della trama esterna, ma profondamente vera nella realtà immaginativa ricreata dall’arte.