Vellani Marchi alla Galleria Ponte Rosso, tutta la cultura di Milano

Modenese per nascita ma veneziano di adozione, Vellani Marchi alla Galleria Ponte Rosso di Via Brera ci illustra un mondo in via d'estinzione. Un pittore dimenticato che Elena Pontiggia e la titolare spazio di Brera, Nanda Consonni, hanno restituito la sua fama

VELLANI MARCHI ALLA GALLERIA PONTE ROSSO
IL PITTORE CHE FOTOGRAFO' LA CULTURA A MILANO
Luciana Baldrighi
Modenese per nascita, veneziano per elezione, milanese per convinzione. Se volessimo ridurre a una dimensione etnico- spirituale un pittore come Mario Vellani Marchi, quanto sopra ne sarebbe la più sintetica rappresentazione. Perché Vellani Marchi prese dalla sua terra quel tanto di romantico e di carnale proprio dell'Emilia, vi aggiunse l'acquaticità e la volatilità propria del paesaggio e del clima veneto, recuperò la solidità, l'operosità e il fare tipico della terra lombarda.
Adesso che la Galleria Ponte rosso lo celebra con una personale nella sua sede di via Brera 2 (dal due marzo fino al tre aprile), l'occasione per riparlare di un protagonista dimenticato della cultura milanese diventa più attuale che mai. Perché Vellani, nato nel 1895 e morto nel 1979, non solo attraversò la vita del capoluogo lombardo fra le due guerre, ma ne fu anche un importante esponente nel secondo dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta. Basterà ricordare che fu tra gli inventori del Bagutta, il celebre premio legato al celebre ristorante, collaboratore del Corriere della Sera, scenografo del Teatro alla Scala, collaboratore dell'Illustrazione Italiana.
A diciannove anni, fresco del diploma all'Accademia di Belle Arti e della vittoria al Premio Poletti per la pittura, Vellani Marchi partì volontario per la Grande guerra come ufficiale dell'esercito. A conflitto finito, eccolo tornare ai pennelli e ritrovarsi alla Biennale di Venezia. E' qui che conosce Pio Semeghini e scopre con lui la laguna veneta, Burano in primis: con Semeghini e Carlo della Zorza dà vita a quella che diventerà la nuova "Scuola di Burano": una pittura intrisa di luce e di segni, leggera e come voltatile, in alternativa a quella carnalità che fino ad allora gli era stata propria.
La scelta di Milano è successiva e deve molto all'esempio e al genio di Mario Sironi, maestro incontrastato degli anni Venti. Sulla sua scia e combinando il novecentismo con l'impressionismo anni Trenta, Vellani dà vita a una pittura che trova nel ritratto la sua ragion d'essere: si tratti di figure della cultura cittadina, di cui egli diviene il ritrattista principe, come di immagini di modelle, legate alla lezione di Cézanne. Come scrive Elena Pontiggia nella breve ma intensa presentazione della mostra, questa predilezione sta a significare che "l'arte moderna, i valori antichi di volumetria e di concretezza e l'intuizione che la realtà non è fatta di nebbia, si debbono a lui, a Cézanne. Ed è anche grazie ai suoi insegnamenti che le modelle, le case di un paese, le mele di una natura morta, le paglie di un covone sono così colme e ferme".
Il nome di Vellani Marchi non può non essere associato a quelli di Riccardo Bacchelli e Orio Vergani e non solo per via del sodalizio da cui nascerà il Bagutta. Il primo significa il riallacciarsi comunque alle radici della terra di nascita, il secondo rimanda all'epica di un giornalismo da inviati che anche Vellani, che è uno scrittore di prim'ordine, assapora allorché a metà degli anni Trenta vola con lui in Africa, entrambi inviati dal Corriere della sera, per un reportage, di scrittura e di immagini, che durerà più di sei mesi.
Figura di spicco della vita culturale milanese, come abbiamo detto, nell'ultimo quarantennio Vellani Marchi è stato dalla stessa pressoché dimenticato. Le ragioni sono molteplici: il mutare delle mode, i pregiudizi ideologico-politici degli anni Settanta e Ottanta, il sorgere di una classe critica incompetente e senza memoria. Questa mostra può essere l'occasione per il rilancio e il recupero di un maestro, oltre a essere l'omaggio di una galleria storica a chi ne fu a lungo frequentatore e amico.