La velocità è Dio. Ed Enzo Ferrari è il suo profeta

di Giorgio Saviane

A vete mai pensato che la velocità sia Dio? È una stranezza, certo, ma quante stranezze sono poi risultate realtà. Come altrimenti, sarebbe possibile, se la velocità ha il limite di quella della luce, che Dio comunichi istantaneamente, riuscendo a essere onnipresente, attributo che tutte le religioni gli riconoscono? Come del resto capire la pericolosa passione della velocità se non attribuendo all'assoluto velocità infinita? Da ciò sbucano i miti di personaggi che hanno affrontato la morte per la velocità, o altri che hanno impiegato tutta la loro vita a rincorrere questa dea che se miete vittime ha anche il merito di salvare molte delle stesse sue vittime e di unire sempre più il mondo in una socialità il cui estremo soccorrevole è la tempestività non solo dell'aiuto, ma addirittura del convivere che sarebbe altrimenti impossibile senza sfruttare la velocità quanto meno dell'informazione.

Sgrondata la velocità dalle accuse quotidiane, comprensibili e giuste, quanto è comprensibile e giusto sfatare la voglia umana di sentirsi un po' ciascuno Icaro, è più facile parlare di Enzo Ferrari come del mito della velocità. Perché questo è Ferrari. Ciò sognava da bambino, come ha confessato di recente con un'espressione che contiene tutta la sicurezza di rincorrere non più l'irrealtà ma la forza che la velocità rappresenta non tanto come segno del coraggio, quanto del volere. Essere veloce per Ferrari è simbolo e sostanza del suo intraprendere. Imponendo la tecnica di una piccola nazione, in concorrenza con i colossi industriali, arrivando per anni ai traguardi mondiali non soltanto primo, ma spesso le sue auto rosse arrivavano prime e seconde a dimostrare l'eccezionalità di un'industria artigiana che sorprendeva il mondo forse perché Ferrari aveva capito che la velocità non è soltanto un comporre umano, ma un dato divino.