Veltroni lo juventino. O forse no

W alter Veltroni non è soltanto il sindaco di Roma. È uomo multiforme, varia e svaria dal ruolo di cinefilo a quello di melomane, dal collezionista di figurine a quello di centrocampista nelle amichevoli pallonare tra onorevoli e affini, di celebrante di matrimoni vip (Timperi-Cazzaniga, l’ultimo evento del suo diario) a maestro officiante nelle inaugurazioni di stagioni teatrali, per non trascurare la sua presenza affettuosa e interessata nel derby calcistico della capitale, ovviamente con due sciarpe al collo, quella biancazzurra e quella giallorossa, gli opposti estremismi vanno conciliati, curvaioli di tutta Roma unitevi.
Le ultime notizie di cronaca hanno riferito che, invitato alla serata d’addio al celibato di Francesco Totti, Walter Ego Veltroni abbia detto di non sentirsi un infiltrato in casa romanista perchè, cito l’articolo di Laura Laurenzi su Repubblica di ieri: «Non sono più tifoso juventino, sarà tre anni che il calcio non mi appassiona, salvo Totti e Montella. Per fortuna che c’è il basket».
Il risveglio non deve essere stato dolce, nonostante l’aria capitolina. Il sindaco ha deciso di scendere in campo per correggere, interpretando il ruolo del «pentito subito», contrordine compagni: «Non è vero che non sono più juventino, non mi sento più tanto appassionato al calcio perchè il calcio ha perso l’anima. Io tiferò Juventus fino alla fine dei miei giorni. Il tifo per una squadra del cuore è una cosa che ti porti dentro sempre. È che sono preoccupato per il futuro di questo sport. Diffido di quelli che cambiano squadra, si può farlo da ragazzi, quando lo si fa da grandi è solo una questione di calcolo e io non sono tipo che fa calcoli. Guardo con stima i giocatori per cui nutro più simpatia come Totti, Montella, Peruzzi, Oddo. Ma sento che c’è del malessere in questo sport. Bisogna pensarci su e non far finta che non ci sia».
Sui pendolari del tifo, concordo: Fede Emilio è il «lider maximo» del partito. Però se Veltroni non fa calcoli, non trascura di dare un’occhiata alle formazioni: ha messo assieme due romanisti e due laziali, per non scontentare gli elettori, ma pur professandosi juventino fino alla fine dei suoi giorni (lunga vita, per favore) non ha inserito nemmeno un Birindelli o un Pessotto per far felici i girotondini bianconeri. Se sarà invitato alla serata di addio al celibato di Alex Del Piero, annuncerà di non essere mai stato nè romanista nè laziale. Così come ha detto di non essere mai stato comunista. «Forse Dio è malato» è il titolo di un suo buon libro. Forse anche Walter ogni tanto non sta per la quale.