Venditti: «La fede l'ho cantata per primo»

L'artista, che chiude il tour sabato a Milano, racconta la sua anima cristiana e di sinistra «Da comunista ho scritto "Vedo la santità del cupolone", ma "Stella" la suonano in chiesa»

È il cantautore popolare per eccellenza; sia perché interpreta i sentimenti collettivi, sia perché la sua vena creativa unisce pop e musica d'autore in un mix di qualità e successo commerciale. Antonello Venditti chiude sabato al Datchforum di Milano il suo tour invernale «con un concertone finale in cui festeggio il Natale - dice -. Suonerò finché le forze mi sorreggono e chiuderò da solo al pianoforte, come non faccio da tempo». In scaletta i suoi grandi successi e i brani dell'ultimo cd Dalla pelle al cuore, viaggio all'interno di se stesso all'insegna della fede e della redenzione. «Ma attenzione - sottolinea Venditti - io sono stato uno dei primi ad ammettere la mia fede, a mettere in campo il mio cristianesimo, a parlare di Dio dall'inizio della mia carriera».

Negli anni 70 non era un tema molto popolare.
«Tutta l'attenzione era catalizzata dalla politica, ma bastava guardare i miei brani da una sfumatura diversa per trovare sfumature mistiche».

Allora contava di più parlare di «compagni» e lei s'è adeguato.
«Non m'interessano le etichette. Per me prima di compagno è sempre venuta la parola amico».

Un messaggio da vero cristiano.
«La mia fede non nasce dal cuore ma soprattutto dalla ragione; non dall'istinto ma dall'intelletto. Per assurdo fui persino denunciato per vilipendio della religione. E oggi, nell'ultimo album ho scritto un brano prendendo le parti di Giuda, un uomo che ha peccato di presunzione e che, nonostante tutto il male che ha fatto, ha avuto la sua possibilità di pentimento e redenzione».

Quindi non è più come ai tempi di Don Camillo: si può essere comunisti e credere.
«Il Venditti comunista è nato scrivendo "vedo la santità del cupolone"; in realtà dentro di me convivono Antonello, laico e di sinistra, e Venditti, cristiano. Ma invece di scontrarsi le due parti si rafforzano e tonificano tra loro senza compromessi né traumi».

Un Venditti ecumenico.
«Un Venditti amato da tutti perché non ha pregiudizi e dice sempre quello che pensa. Ho sofferto da ragazzo vedendo gente che per orgoglio o per ideologia non riusciva a comunicare. Io voglio morire chiedendo scusa a coloro cui ho fatto del male e spero di ottenere in cambio la stessa cosa. Le mie canzoni piacciono a sinistra ma "Stella" viene cantata in chiesa durante la Messa».

A un suo amico vescovo disse: «La vita è l'invenzione di un pazzo».
«E lui ribatteva: "No, è un dono di Dio". Parliamo di Monsignor Camisasca, che sarà al mio concerto di Milano. Siamo amici dal 1984 e il dialogo con lui è sempre particolarmente stimolante. Al concerto ci saranno tanti politici, da Epifani a Castelli, perché la canzone è poesia e la poesia non ha colore, ognuno la applica al suo mondo».

E la politica?
«Io ho sempre fatto politica ma nessuna canzone di per sé può definirsi politica. È poesia che poi assume diversi significati. Quando io parlavo di rivoluzione intendevo quella della coscienza, altri intendevano quella armata».

Oggi la politica è diversa.
«Per fortuna non ci sono analogie tra i movimenti giovanili di oggi e quelli degli anni 70. La violenza è da cretini».

Ma riaffiora anche sui campi di calcio che lei ama tanto.
«Nel calcio la violenza è il baluardo delle sottoculture emarginate di destra e di sinistra».

Lei è ancora attivo nel Pd?
«Vorrei ma il Pd non è pervenuto. Un tempo c'erano le sezioni dei partiti, oggi non si sa cosa fare, mentre bisogna riconquistare il territorio. La politica è lavoro, non bisogna dimenticarlo: per questo credo che la mia canzone perfetta sia "In questo mondo di ladri". Oggi compie vent'anni ma è sempre attuale. Bisognerebbe usarla come inno nazionale».

E i nuovi cantautori?
«Oggi c'è crisi di vocazione dei cantautori. Troppe parole, mancanza di sintesi e quindi mancanza di poesia: domina il linguaggio degli sms. Bisogna tornare a suonare insieme tra amici, altrimenti ognuno scrive le sue canzoni da solo sul computer e la musica vera scompare».

Ci racconta come conobbe Rubinstein?
«Nel 1970 venne a suonare alla Sapienza. Era pieno così e io volevo capire come usava i pedali del pianoforte; così durante il concerto mi nascosi sotto il piano stesso, col pedale che quasi mi schiacciava lo sterno. Lui se ne rese conto e ogni tanto mi chiedeva: "Tutto a posto?"».

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