A Venezia il genio di Piranesi

Architetto, incisore, antiquario, vedutista, pittore e design, acquafortista, il genio di Piranesi antesignano di grandi architetti chiama a raccolta nella Serenissima con la mostra aperta fino al 21 novembre, “Le Arti di Piranesi”, presentata di De Lucci, Lowle, Basilico, Pavanello, Cagliardi<br />

nostra inviata a Venezia

Architetto, incisore, antiquario, vedutista, pittore e design, acquafortista, il genio di Piranesi antesignano di grandi architetti chiama a raccolta nella Serenissima con la mostra (aperta fino al 21 novembre, “Le Arti di Piranesi”, presentata di De Lucci, Lowle, Basilico, Pavanello, Cagliardi. Nato a Maiano di Mestre nel 1720, dopo un primo periodo di studi a Venezia nel 1740 giunse a Roma dove rimase fino alla, dopo solo qualche passaggio a Firenze e Venezia. Ancora fino agli anni Sessanta del Novecento, Giambattista Piranesi fu per la critica italiana “un artista d’esportazione”. La sua ultima opera “Vasi, candelabri e cipressi”, del 1788 fu importante per la sua precisione sugli studi del repertorio decorativo classico. Come ricorda Stenio Solinas, in un suo scritto, l’artista era stato adottato fin da subito da inglesi, francesi e tedeschi, ma in patria gli toccò la sorte tipica degli “irregolari” a cui si aggiunse, come ha scritto Piero Buscaroli in un bell’omaggio poi raccolto in I luoghi e il tempo (Fogola editore), “il pregiudizio accademico che lasciava l’incisione quale ‘arte minore’ ai suoi esclusivi cultori; l’opaca notorietà dei troppi fogli, spremuti dalle esauste lastre per adornare uffici di ministeri, che trasmetteva una burocratica pulvurulenza”… Veneziano trapiantato a Roma e dall’idea i Roma pervaso e poi ferito a morte, di quel Settecento che lo aveva visto venire al mondo nella sua opera quasi non v’è traccia, eppure quella sua “modernità” che tanto affascinerà i romantici del secolo successivo, affonda in una classicità romana fedele e insieme reinventata. “Dalla prima importante mostra italiana che lo celebrò a Torino nel 1961, il tempo ha reso giustizia a questo grande artista, tant’è che l’aggettivo piranesiano è entrato nel lessico, indice di bizzarria visionaria, folle geometria, e non sorprende che Venezia gli dedichi ora un’esposizione proteiforme: Le arti di Piranesi”. Il celebre architetto i cui lavori si pèossono ammirare all’Isola di San Giorgio Maggiore, sino, come dicevamo, al 21 novembre vede impegnato Michele De Lucchi, prodotta dalla Fondazione Cini insieme con Factum Arte, la rassegna alterna 300 stampe originali a una serie di creazioni moderne capaci di riproporre il linguaggio e lo stile piranesi: proiezione in 3D delle Carceri d’Invenzione, restituzione tridimensionale in materiali preziosi di alcune sue creazioni tratte dalla serie delle Diverse maniere di “adornare i camini”, ricreazione di alcuni pezzi provenienti dalla sua raccolta di antichità destinata al mercato antiquario. Trentatré foto inedite di Gabriele Basilico, scattate negli anni’60, affiancano infine le incisioni dedicate a Roma e a Paestum, una sorta di mostra nella mostra. Stando alle poche informazioni biografiche conosciute, l’architetto, fu un uomo collerico, “svelto di coltello e di bastone e forse si macchiò di un delitto, l’uccisione del cavalier Vasi, suo maestro d’incisione…”. Nel celebrarlo da morto, l’Antologia romana, giornale di arti, scienze e lettere, scrisse che “chi potesse raccontare con libertà e decenza la vita tumultuosa di Gianbattista Piranesi farebbe un libro non meno gustoso né meno ghiotto di quello che di se stesso scrisse il famoso Benvenuto Cellini”. La “scelleratezza” che gli venne attribuita stava, forse, più nella testa che nelle mani, ovvero in quel coacervo di idee e di teorie che lo videro farsi portatore di un’idea dell’antichità che da Oriente era giunta a Roma, una civiltà che a suo giudizio era più debitrice dell’Egitto di quanto non lo fosse della Grecia.

A ciò si aggiunse una rilettura del cattolicesimo dove gli elementi e i simboli dei Crociati e dei Templari rimandavano a una nuova Gerusalemme sul Tevere. Come tutti gli autodidatti, Piranesi si formò la propria cultura in modo eclettico e disordinato, ma vale la pena sottolineare quella “passione romana” che ancora ventenne gli aveva fatto scrivere su un disegno raffigurante un “Vestibolo d’antico tempio” l’iscrizione “Imperator Joanes Btta Piranesi sepulcrum erexit”, quasi prefigurandosi, ha scritto ancora Buscaroli, “il sacerdote solitario di una religione deserta”; e che morente lo aveva visto chiedere ai familiari un esemplare di Tito Livio dicendo: “Non ho fede che in questo”. E da stoico civis romanus era stata del resto la sua agonia: “Il riposo è indegno di un cittadino di Roma; vediamo ancora i miei modelli, i miei disegni, i miei rami”. Che cosa fosse Roma a metà Settecento, la Roma dei Papi che si allungava sulla Roma dei Cesari, è qualcosa che solo la penna di un grande scrittore può descrivere e comprendere. Il fasto e la miseria, la natura allo stato brado e gli esteti del Grand Tour che vi si aggiravano come fosse un museo a cielo aperto, la miseria del popolino e il senso sacrale di abbandono, le carrozze dorate e le strade fangose, le colonne, i muri, gli archi che nel cielo azzurro evocavano immagini di aquile e si vedevano venire incontro stomi di corvi…

Era come l’immenso cimitero di una civiltà scomparsa e che mai sarebbe tornata, il sole oscurato che mai più avrebbe brillato, la nostalgia che prende tutti i malati di grandezza, consapevoli che nulla potrà essere come è stato eppure impegnati a dar corpo alle proprie fantasie, a illudersi che almeno nella loro mente il prodigio possa di nuovo compiersi. Architetto edificatore di una sola opera, a 44 anni suonati, dopo che ormai da un ventennio era nella capitale, già nella sua prima raccolta Architettura e prospettiva Piranesi ha ben chiaro qual è il suo destino, un destino dove incidere vale quanto edificare. “Mosso da quel nobile disio di ammirare ed apprendere da queste auguste reliquie” -“ruine parlanti” dalla “esattissima perfezione”- prende atto che “ned essendo sperabile a un Architetto di questi tempi di poterne effettivamente eseguire alcune, altro partito non veggo restare in me che spiegare con disegni le proprie idee”. Il temperamento fantastico fa il resto e all’esattezza della riproduzione gli fa accostare la “lingua babelica”, l’espressione è di Manfredo Tafuri, con cui reinventa, paragona, accosta. Incide le rovine di un sogno come un medico legale al lavoro sul tavolo anatomico: seziona, separa, allinea, si diverte a riordinare. L’invenzione delle Carceri è, sotto questo profilo, esemplare, e nelle Confessioni di un oppiomane di De Quincey, c’è una loro reminiscenza nel nome del delirio, “finché le scale non finite e il disperato Piranesi si perdono entrambi nelle tenebre superiori dell’enorme ambiente”. Si chiederà Mario Praz: “Come poté Roma esercitare un fascino così, diciamo pure, esotico –e quindi romantico- su un veneziano educato alla serena scuola del Palladio? Forse perché nel crudo sole di Roma le pietre vivono, per chi sappia vederle, di tale intensità da parer quasi allucinate?”.

Come cita Solinas nelle nel suo saggio, Piranesi amava farsi calare lungo le colonne per disegnare le storie scolpite in bassorilievo, il racconto delle glorie di un impero. Tra quei resti della Roma pagana si affacciavano per la prima volta misteri egiziani ed etruschi, vestigia cristiane… Nella sua bottega d’incisore il passato tornava a vivere e quel che resta sono le più stupefacenti rovine che il mondo abbia mai visto visto. Di lui ci rimane San Giovanni in Laterano a Roma, un progetto articolato, proprio nello stesso anno in cui uscirono “I capricci e i grotteschi” a cui seguirono “Magnificenza et architectura de i romani”, ma se gli scritti non si contano, non si contano nemmeno trenta anni della sua grandiosa opera.