Venzone insegna

Sono passati trent’anni dal terremoto in Friuli. Tre decenni da quando un paese della Carnia, Venzone, diede una lezione a tutto il mondo su cosa si debba intendere per architettura, urbanistica, restauro «democratici». La democrazia, specie quando si tratta di argomenti tecnici, non è mai la garanzia della scelta migliore. Un saggissimo tiranno potrebbe governare meglio di una democrazia perfettamente rappresentativa, ma dissennata. Dal punto di vista dell’equità sociale, un sistema democratico dissennato sarebbe però sempre più giusto di una saggissima tirannia. Il vero obiettivo sarebbe una democrazia non solo giusta, ma anche saggissima, capace delle migliori scelte.
A Venzone, trent’anni fa, sono riusciti in entrambe le cose. Il paese, millenario, monumento nazionale dal 1965, con il borgo antico, le mura, il Duomo, il Palazzo Comunale, la Cappella di San Michele, venne devastato dal terremoto del 6 maggio 1976. Cinquanta morti, duemilacinquecento superstiti che si erano ritrovati senza più casa, senza più luoghi di lavoro, di ritrovo, di culto, di studio, ma soprattutto senza più memoria tangibile con cui convivere. Le ruspe si accingevano a abbattere alcune case medievali pericolanti. Con l’aiuto di simpatizzanti da tutta Italia, gli abitanti di Venzone costituirono un primo Comitato per il recupero dei beni culturali. Gli abbattimenti furono sospesi, le macerie conservate e ordinate. Fuori da Venzone, il coro dei «modernisti» e degli «anti-falsificatori» era prevalente: ricostruire il paese sarebbe stato impossibile e senza senso, una vuota scenografia, priva della verità determinata del succedersi del tempo. Meglio costruire un paese del tutto nuovo.
Fra gli abitanti di Venzone, invece, i «recuperatori» furono da subito in netta maggioranza. L’11 e 15 settembre due nuove scosse rasero al suolo anche quel poco che era rimasto. Ma Venzone non si arrese: il 20 agosto 1977, una petizione popolare sancisce che il paese sarebbe rinato «come era, dove era», contro ogni «ricostruzione standardizzata», senza preoccuparsi delle difficoltà tecniche o delle più intransigenti teorie del restauro. Tutte le pietre recuperabili vennero censite e numerate per essere rimesse dove stavano prima del terremoto. Per il Duomo, le pietre recuperate furono oltre ottomila, integrate dalle nuove dove si rendeva necessario. Gli edifici vennero ricostruiti secondo le nuove misure anti-sismiche.
Venzone ha vinto la sua sfida, e in soli sei anni; gli stessi abitanti si sono perfettamente riconciliati con la loro memoria, non hanno più fantasmi con cui convivere. Certo, l’impressione di un paese rifatto pezzo per pezzo sopravvive, ma di meglio non si poteva fare. E oggi Venzone è un paese vivissimo, attrattiva turistica, centro di numerose iniziative culturali. I «modernisti» e gli «anti-falsificatori» l’avrebbero ridotta a un cimitero. Venzone è un esempio di civiltà e di lungimiranza che ha ancora molto da dire a tutti, non solo in Italia. Contro la standardizzazione del mondo.