IL VERDETTO EUROPA

Il vantaggio di Di Michele fa sognare i friulani, nel finale con Serginho il terzo pareggio consecutivo dei rossoneri

Franco Ordine

nostro inviato a Udine

La musichetta della Champions league che ancora scortica i nervi del Milan annuncia la buona novella in Friuli. L’Udinese, dopo una rincorsa durata molti anni, qualche ingegnosa trovata e una bella squadra allestita senza far scempio del bilancio, può cogliere la sua storica partecipazione al turno preliminare della coppa più prestigiosa. Dopo 109 anni è un premio allo spirito imprenditoriale della famiglia Pozzo che nell’occasione rilucida anche il terzo posto di Zaccheroni oltre che una segnalazione speciale per un gruppo nel quale spiccano tre-quattro nomi di qualità: su tutti Di Michele e Iaquinta in attacco, Jankulowski ora alle prese con un infortunio al malleolo, e un centrocampo avvitato sul cileno Pizarro. La designazione ufficiale col quarto posto avviene a capo dell’ultima partita mentre la squadra di Spalletti mostra il fiatone (si gioca in un caldo torrido, vigili del fuoco che spruzzano acqua sul pubblico stremato) e incassa qualche brivido nel finale.
Già perchè al golletto di Di Michele (bevuto Pancaro), il Milan risponde a pochi rintocchi dalla fine con un cross veleggiato di Serginho, battezzato fuori dal portiere sloveno Handanovic. Sembra un’impresa balistica e invece è forse una di quelle prodezze del destino. Serginho ha una faccia espressiva: quasi si scusa con i rivali. L’Udinese, basita, assiste al gran finale dei campioni in carica: rischia grosso su Kakà e su Serginho lanciati in contropiede prima di fermarsi ad attendere conferme da Bologna. La Samp non passa e l’Udinese può far festa in uno stadio nel quale raccontano la favola di Biancaneve e i sette nani. A proposito delle barriere abbattute, infatti, bisogna spiegare che resta un bel fossato che neanche un triplista riuscirebbe a superare.
Celebrato il risultato dell’Udinese, dobbiamo accomiatarci dal Milan con una serie di voti. Cominciamo da quello che merita lo staff dei suoi preparatori, Tognaccini in testa: un bel 9. La squadra corre, più dell’Udinese, anche all’ultimo giro di pista: segnale di una vitalità straordinaria. Tabelle e metodi sono al top ma come si sa, nel calcio non contano solo i test e la preparazione: possono aiutare, non decidono i risultati. Dopo i 120 minuti di Istanbul si può ammirare Nesta primeggiare al fianco di Simic in una squadra semplicemente inventata (Brocchi il capitano) mentre Serginho si guadagna la palma del migliore in campo. Anche nella notte della finale, rigore sbagliato a parte, fu l’autore di quel cross teleguidato finito sulla testa di Shevchenko e respinto, miracolosamente, due volte sulla linea, da Dudek. Nel tabellino non c’è il voto a Pippo Inzaghi, rimasto in campo per novanta minuti: non è una distrazione ma una voluta sottolineatura. Non si può stroncare la prova di un centravanti rimasto per due anni fuori dai campi di calcio, non si può, non si deve.
Non si può nemmeno, per diretta conseguenza, mettere nel conto di Ancelotti il mancato utilizzo in panchina nella finalissima. Chi lo fece mercoledì notte non è nè in malafede nè in preda all’alcol: è solo in difetto di informazioni di prima mano. E infatti Inzaghi resta nel quintetto d’attacco del prossimo anno mentre non si muovono Tomasson e Crespo perchè nessuno è in grado di dare garanzie sulla sua ripresa, totale e definitiva. Adesso che il torneo è chiuso, concluso, il Milan può togliere le tende e partire per le vacanze nella speranza di cacciare dalla spalla la scimmia del Liverpool. Di sicuro può perdere quella sicumera intravista in qualche tornante della stagione, in più di una circostanza scandita da alti e bassi, tipici di una squadra che si vede bella, si sente irresistibile e si mette davanti allo specchio per ammirarsi. Una «tranvata» del genere può deprimerla fino a renderla preda di un complesso, oppure restituirla alla sua genetica grandezza. Appuntamento alla fine di agosto.

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