Le vergini di Allah non sono una calunnia dei cattivi occidentali

Caro Granzotto, in tema di integrazione multietnica, multiculturale e multireligiosa mi potrebbe dire se quanto ho sempre sentito sul paradiso musulmano popolato da giovani fanciulle dette «urì» perennemente vergini e presenti per tenere compagnia alle anime elette è una stupida leggenda metropolitana o corrisponde alla verità? Glielo chiedo in quanto preferisco evitare gaffe se dovessi in quello spirito di dialogo e di confronto che tanto ci è raccomandato parlare dell’aldilà con qualche musulmano.
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Non è difficile risponderle, caro Donati, anche per chi come me non è particolarmente ferrato in materia di escatologia islamica: basta aprire il Corano e leggere la Sura 56, quella definita «L’evento», in arabo «Al-Wâqi’a». Eccogliela per la parte che ci interessa: i «compagni della mano destra», cioè coloro che il giorno del giudizio saliranno in paradiso, «saranno i ravvicinati (ad Allah), nei Giardini delle Delizie, molti tra gli antichi pochi tra i recenti, su divani rivestiti d’oro, sdraiati gli uni di fronte agli altri. Vagheranno tra loro fanciulli di eterna giovinezza, (Recanti) coppe, brocche e calici di bevanda sorgiva che non darà mal di testa né ebbrezza; e i frutti che sceglieranno, e le carni d’uccello che desidereranno. E (ci saranno colà) le fanciulle dai grandi occhi neri, simili a perle nascoste, a compenso per quel che avranno fatto. Le abbiamo create perfettamente, le abbiamo fatte vergini, amabili e coetanee, per i compagni della destra. Colà non sentiranno né vaniloqui né oscenità, ma solo “pace, pace”. E i compagni della destra (Saranno) tra i loti senza spine, e banani dai caschi ben colmi, tra ombra costante e acqua corrente e frutti abbondanti, inesauribili e non proibiti, su letti elevati». In talune versioni, le «fanciulle» sono designate come «huri» o «huriyah», termini arabi che significano grosso modo «occhi bianchi» (ed ecco spiegato quel «simili a perle nascoste») ma che indicano lo sguardo reso più fascinoso dal contrasto tra il lampo nero della pupilla e il biancore del bulbo oculare. Huri descritte, oltre che «perennemente vergini» e «splendide compagne coetanee», anche «voluttuose» sebbene «dallo sguardo pudico». Come vede, caro Donati, è tutto vero. Il paradiso islamico è davvero un luogo di delizie, quanto meno per i maschi: divani rivestiti d’oro, letti alti, fanciulli di eterna giovinezza al servizio, coppe, brocche, calici, frutta, carni di uccello e, naturalmente, le huri «a compenso» d’una vita conforme all’insegnamento del Profeta.
Ne discorra (si confronti, dialoghi) dunque tranquillamente, caro Donati, quando e se le capiterà di toccare, con un interlocutore islamico, l’argomento: come noi del nostro, l’umma è orgogliosa del proprio paradiso - chiamato «Janna», il «Giardino» - premio non solo spirituale, ma anche fisico a una vita timorata di Dio. E dove non potevano mancare, assieme alle altre, due delizie intensamente apprezzate dai fedeli di un credo che originò nella penisola araba: l’acqua e l’ombra. A proposito della quale ricordo che un’estate - si era nel Salento, sorseggiando vino e sgranocchiando taralli al riparo d’un pergolato, in attesa di metterci a tavola - un amico, Benedetto Gentile, figlio del filosofo, fece questa osservazione: «A differenza di noi, i popoli del nord dove il sole è pallido ignorano il desiderio dell’ombra. Sembra niente, ma viene così a mancar loro l’aspirazione a un appagamento, a un piacere che in giornate soleggiate e calde come questa conduce alla beatitudine del corpo e della mente». Un piacere che come abbiamo visto i musulmani possono a ragione definire addirittura paradisiaco.