Verità morali gettate in pasto agli uomini

«Animali in versi» di Franco Marcoaldi: sulle tracce di Esopo (e dei moderni), un bestiario poetico di insegnamenti spirituali

Il mondo degli animali domestici appare quasi ovunque: nella pubblicità televisiva, nel cinema, nei calendari e nelle decorazioni adesive che si vendono a profusione nelle cartolerie ricercate: accanto a realtà universali o zoologiche esotiche, dalle galassie agli squali agli uccelli marini alle balene, ovunque noi siamo circondati da immagini di cani, gatti, e altri animali domestici anche se non coabitanti con noi. Anche chi abita in una grande città sa benissimo che cosa è una mucca, un asino, una capra, pur non avendo mai convissuto con alcuno di loro. Questi animali prossimi, così frequentemente rappresentati, appaiono raramente nelle opere di poesia: che io ricordi l’ultimo poeta a far danzare, cantare, cani, gatti, papere e topolini è stato un poeta del cinema, Walt Disney. Forse la concezione stessa, geniale, del cartone animato (e non dimentichiamo i gatti, i topi e il coniglio dei rivali Hanna e Barbera) è fondata su un’intuizione animica, in cui uno stesso spirito vitale soffia in tutte le creature. Il mondo degli animali prossimi appare raramente in poesia, un genere che vocazionalmente guarda in alto e verso l’orizzonte: la mia costellazione poetica è segnata dall’albatro di Coleridge, dal cigno di Baudelaire, dall’usignolo di Keats e dall’allodola di Shelley, mentre il più domestico passero si rivelava specchio di affetti e palpiti umani, in Catullo come in Leopardi. Credo di capire le ragioni, la poesia tende a guardare oltre o dentro, più raramente accanto. Esiste però una tradizione letteraria che unisce animali domestici e selvatici, insomma abitatori dell’altrove e simpatici o meno simpatici coinquilini, esotici leoni e rapaci e domestici gatti e topi, animali di campagna e di città, ed è una tradizione, frequentata poco, ma benissimo: stiamo parlando di Esopo, Fedro, La Fontaine. Con intuizione e indiscutibile ispirazione (l’ispirazione non si spiega, si percepisce fisicamente aprendo il libro che ne è stato generato) Franco Marcoaldi si collega a questa linea di messa in scena in versi di drammi recitati da animali, in cui come accennato si incontrano personaggi stranieri, o comunque non condomini, e altri che convivono quotidianamente con noi. Nel suo felice Animali in versi (Einaudi, pagg. 100, euro 11), il poeta, oltre a riportare sulla pagina e, coerentemente col titolo, nei versi, il mondo animale, ottiene un effetto non da poco: dilata il nostro orizzonte, amplifica le presenze del palcoscenico quotidiano. E mentre si attiene alla linea maestra dei narratori di favole animali, mentre insomma cerca in ogni personaggio una presenza esemplare, in realtà inquina la tradizione di Esopo con una modernissima, drammatica quanto non drammatizzata, esplorazione della realtà invisibile. La figura del singolo animale non si chiude in una parabola, ma si apre, complica l’osservazione del mondo traverso la lente del finto minimalismo, o minimalismo intelligente, di Marcoaldi: ogni visione di animale, lucertola, storno, lucciola, somaro, formica, è realmente una visione, un attimo di vita che adombra una natura misteriosa dell’essere, nell’attimo stesso in cui vitalmente la manifesta. E traspare, velata, non celata ma velata, quasi sorridente, una reale pulsione per la vitalità del mondo, un desiderio di animazione del verso: «Gli antichi prendevano sul serio/ gli animali. Aristotele, ad esempio,/ non ha timore di riconoscere/ che il tonno, in ambito astronomico,/ vanta un diritto di primogenitura». Non è importante che il poeta ci abbia pensato o ci sia arrivato senza pensarci: Pinocchio viaggia agli inferi in un pesce, che non è il mitico Moby Dick (peraltro mammifero), di Melville, ma il più domestico tonno. Il poeta, insomma, sta prendendo sul serio non solo gli animali, ma anche l’enigma animato a cui appartengono. E che ci riguarda, come ben sanno i poeti, un po’ sapienti e un po’ animali.