Vernant, le illusioni sfatate dai miti

È morto il grande studioso francese dell’antica Grecia. Che indagando le tradizioni dei classici interpretò anche il fallimento del comunismo

È morto l’altra sera, a 93 anni, nella sua casa di Sevres (Hauts-de-Seine), il grande studioso dei miti e delle tragedie della Grecia antica Jean-Pierre Vernant. Il sommo storico e filosofo francese ha varcato sommessamente «l’ultima frontiera», col passo lento del vegliardo. E con la buona coscienza del saggio, libera finalmente da già confessati sensi di colpa, ha portato a compimento l’estrema impresa che oggi, luttuosamente, si celebra per lui: la «bella morte», invidiata con qualche rimorso per decenni agli eroi dell’epica ellenica e del dramma attico in cui, dai tempi del suo avvio agli studi, non aveva smesso di cercare un alter ego. Achille o Ulisse? Il guerriero dal piè veloce e dal tallone fragile che va incontro alla sua fine splendida, o l’eroe callido, curioso, «virtuoso e conoscente» che prosegue la sua avventura fino a Itaca e fino alla vecchiaia senza tradire la fedeltà al proprio coraggio? L’anagrafe, la longevità del vecchio Vernant, ora serenamente lontanissimo dalle più arrischiate Colonne d’Ercole, indurrebbero ad assimilarlo al secondo dei due: allo splendido emblema di tutti i ritorni.
Se non che, prima di morire, ritornando appunto - nel supremo testamento spirituale - sulla propria lunga Odissea, egli stesso scelse di confondere i profili di entrambi gli eroi omerici con il proprio. In La Traversée des Frontières (Gallimard, 2004), di cui oggi più che mai la traduzione italiana suona appropriata (Senza frontiere, Raffaello Cortina, 2005), Vernant rivelò il segreto della propria militanza da partigiano nella Francia di Vichy.
Non aveva che 26 anni nel 1940 - lui che era nato a Provins, vicino a Parigi, il 4 gennaio 1914 - allorché scese in campo per resistere a «quel tipo che mise la “mia” Francia al servizio della Germania nazista recitando la parte del patriota», dichiarò. E aveva ancora fresche nella testa le scene delle battaglie per Ilio quando, laureato da neanche un quinquennio alla Sorbonne e appena rientrato dal fronte della seconda guerra mondiale per insegnare al liceo di Toulouse, assunse nel ’42 il comando delle forze regionali di liberazione con lo pseudonimo di «colonnello Berthier». Poi la guerra finì. Il combattente ripose l’uniforme e vestì gli abiti civili. Il reduce si ritirò dal campo, si chiuse alle spalle la porta della biblioteca e proseguì, trincerato tra gli scaffali, una carriera sedentaria di maître à penser che l’avrebbe portato lontano.
È un capitolo lontanissimo nella lunga epopea dello studioso, quello intitolato al suo eroismo ribelle. Eppure, sopravvissuto malgré soi - pensò nell’età in cui si era augurato di morire giovane e caro agli dèi - alle fatalità della storia, il docente all’École Pratique des Hautes Études di Parigi (dal 1958), il cattedratico al Collège de France (dal 1975), l’intellettuale rivoluzionario per l’impulso energico e pionieristico che seppe dare agli studi di un’antichità da inquadrare per la prima volta in una cornice psicologica, sociale, antropologica, oppose ancora una strenua resistenza all’idea di chiuderselo alle spalle una volta per sempre. Rifiutò di erigere una barriera impermeabile Tra mito e politica (è il titolo di uno scritto del 1996). E «vedo bene - ribadì sulla Frontiera del 2004 - come il mio lavoro scientifico sia stato orientato da ciò che ho vissuto in quegli anni difficili. Cessato di essere un protagonista della storia, anche il mio sguardo di antropologo della Grecia è cambiato».
Il suo engagement, d’altra parte, era proseguito nel Dopoguerra. Con l’iscrizione al Partito comunista francese, e con la decisa disillusione che lo indusse, immediatamente dopo la Primavera di Praga, a ricredersi e a restituire la tessera. Con le sue prese di posizione pacifiste: l’impegno contro la guerra d’Indocina, poi contro la guerra d’Algeria.
Ma è soprattutto l’annoso lavorìo del ricercatore di antichi miti a portare un’inequivocabile cifra politica. Lo studioso di chiara impronta storico-marxista, infatti, vide chiaramente sfatate dalla storia le illusioni del comunismo che parvero dare un senso alla storia. Che il tempo «fosse orientato verso il progresso», scrisse, o che «idee religiose e reazionarie» fossero destinate a indebolirsi, sentenziò nelle estreme dichiarazioni, erano credenze «di un’ingenuità totale, completamente sbagliate»: incoraggiate dalla «cultura laica e progressista» così tenace nella società francese diretta erede della filosofia dei lumi. Paradossalmente Vernant ha demistificato quelle credenze con l’esperienza del passato greco e con la lunga frequentazione del mito. E ha smascherato i fantasmi delle utopie libertarie facendo loro indossare le maschere tragiche del teatro che aveva messo in scena la nascita della democrazia.