Il vero Sessantotto era cecoslovacco

«La primavera di Praga» di Enzo Bettiza ripercorre la rivoluzione dimenticata di Dubcek alla ricerca del socialismo dal volto umano

Il nuovo libro di Enzo Bettiza La primavera di Praga (Mondadori, pagg. 160, euro 17,50) ha per sottotitolo 1968: la rivoluzione dimenticata. È proprio così. Nel senso che del ’68 si discorre e si discute, fino allo sfinimento: ma del «nostro» ’68, della contestazione studentesca, della «fantasia al potere», di Mario Capanna forse convertito alla reazione. Come se quella parodia di rivoluzione, quelle sfide senza rischio a una polizia inerte, fossero degne d’essere iscritte nel grande libro della storia. E non ne fosse degno invece il tentativo di dare un volto umano al comunismo compiuto in Cecoslovacchia da Alexander Dubcek. Tentativo bloccato dallo sferragliare dei carri armati sovietici.
Con l’efficacia che distingue il suo linguaggio giornalistico, Bettiza sottolinea, nella prefazione al volume, il conformismo e l’ipocrisia di quanti, inclusi illustri capitalisti di sinistra, lodano oggi l’insolenza sessantottina; e sottolinea egualmente la melodrammatica finzione di certo piagnisteo giovanile d’allora. «Cosa spingeva quei trasgressivi studenti europei, che avevano troppo, a comportarsi come se non avessero nulla? Cosa mai li portava a maledire la libertà e l’opulenza in cui, atteggiandosi a miserabili, vivevano accuditi da genitori arrendevoli e protetti da maestri complici e indulgenti?... Non avevano conosciuto il male totale della guerra, non il terrore nazifascista, non l’occupazione militare dell’Armata rossa: eppure protestavano e gridavano come se Parigi, Berlino, Roma fossero assediate dalla peste o circondate da campi di concentramento».
Non si potrebbe dire meglio. Perché le cose serie avvenivano nei Paesi vassalli di Mosca, e Bettiza - attingendo ai suoi ricordi e ai suoi scritti di quarant’anni or sono - lo spiega. Avvenivano a Est, le cose serie, per merito d’una intellighenzia frondista, per merito d’una gioventù coraggiosa, per merito anche di uomini che, pur cresciuti nello stalinismo e formati nel plumbeo grigiore del post-stalinismo, erano stati capaci di immaginare, illudendosi, un comunismo diverso. Che non fosse repressivo né oppressivo, che governasse con il consenso e non con il terrore.
Esponente massimo di questa presa di coscienza fu un uomo «d’aspetto dimesso, il cui fondo nodoso si nasconde sotto una pellicola di timidezza», appunto Dubcek. Eppure la biografia di questo innovatore sembrava quella del perfetto funzionario di partito, indottrinato a dovere, iscritto d’ufficio nella nomenklatura, risoluto a non cambiare nulla in un sistema a suo modo coerente. Era celebre la battuta secondo cui la «democrazia popolare» stava al socialismo come il bordello all’amore.
Dubcek era stato portato in Russia, nel 1925, dal padre operaio, era rientrato in Slovacchia nel 1938 e quindi riemigrato in Russia, nel ’38, per un triennio di studi presso la scuola del comitato centrale del Pcus. Poteva uscirne un apparatchik dalla lingua di legno. A Mosca lo giudicavano così, inesperto e docile. Aveva solo 46 anni quando prese le redini della Cecoslovacchia, e i dinosauri del Cremlino - a cominciare da Breznev «sempre oscillante tra la lagrima e l’insulto» - ritennero d’avere a che fare con un innocuo comunista di provincia. Invece Dubcek «plagiato dal padre filosovietico, quasi russificato nei sedici anni trascorsi a Mosca», osò opporsi al dispotismo dell’Urss. E lo si dovette piegare con la forza. Eppure noi italiani siamo qui a celebrare, quarant’anni dopo, non il coraggio di Dubcek, ma l’eroismo dei sessantottini di famiglia.